
Aspettando “Amori e incantesimi 2”: 10 film sulle streghe (non horror) per uno sguardo su ciò che racconta la magia femminile
Streghe, sorelle, maledizioni d'amore. Il conto alla rovescia per le sorelle Owens, Sally e Gillian, dopo quasi trent'anni dal primo Amori e Incantesimi (1998), è ufficialmente cominciato e noi vorremmo che fosse già settembre.
Con Amori e Incantesimi 2 (2026) torna la magia di famiglia, la crudele maledizione che condanna le donne Owens a perdere gli uomini che amano, ma anche quella complicità tutta al femminile, cuore pulsante della saga. Sandra Bullock e Nicole Kidman ritornano negli iconici ruoli che il pubblico ha amato nel 1998, accanto a Stockard Channing e Dianne Wiest, portando con loro quell'immaginario di stregoneria domestica fatto di erbe nel barattolo, candele accese al tramonto e tequila bevuta di nascosto, che ha definito un’intera generazione di film sulle streghe romantiche.
Per chi è effettivamente cresciuto con questo cult, è difficile quantificare tanto l’attesa quanto l’aspettativa, nonché quel brividino di paura tipico dei sequel a distanza di così tanti anni. Una sensazione simile provata – giusto per restare a tema streghe – anche con Hocus Pocus 2 (2022), ma che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede; basti pensare che proprio in questi giorni al cinema sta arrivando Il Diavolo Veste Prada 2 (2026).
Allora, come inganniamo questa attesa? Una proposta potrebbe essere quella di affrontare con noi un viaggio in quei film che attraversano l’immaginario stregonesco sulla scia di Amori e Incantesimi ma, appunto, fuori dalla sfera horror. Perché la strega non vive soltanto nelle case stregate o nei boschi maledetti dei film di paura: la troviamo nelle commedie romantiche, nelle fiabe d'animazione, nelle satire grottesche, nei romanzi di formazione. E ovunque la incontriamo, anche nelle versioni più rassicuranti e patinate, porta con sé una memoria che non si lascia addomesticare.
La strega è infatti una delle figure più politicamente cariche dell'immaginario occidentale. Prima ancora di diventare il personaggio fiabesco che conosciamo, è stata il bersaglio reale di una persecuzione storica che ha attraversato l'Europa per quasi tre secoli e ha mandato al rogo decine di migliaia di donne, quasi sempre donne sole, vedove, guaritrici, levatrici, donne che possedevano sapere e che non si conformavano al ruolo che la società richiedeva loro. Donne indipendenti e che si sono rifiutate di farsi piegare dalla manipolazione maschile. Silvia Federici, nel saggio Calibano e la strega (2022, Mimesis Edizioni), ha mostrato come la caccia alle streghe sia stata uno strumento di disciplinamento dei corpi femminili, funzionale al passaggio al capitalismo e alla nascita della famiglia borghese. Riguardare i film sulle streghe con questa consapevolezza significa accorgersi che, anche dietro le commedie più leggere, c’è sempre una traccia di quella violenza, e una piccola rivendicazione di sopravvivenza.
Oggi questa eredità torna ad avere una pertinenza che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Mentre cresce la retorica delle trad wives sui social, il diritto all'aborto torna a essere campo di battaglia in molti paesi occidentali e l'antifemminismo si organizza in movimenti politici visibili, la strega cinematografica ridiventa una figura utile per pensare cosa significhi, per una donna, rifiutarsi di rientrare nei ranghi imposti. I 10 film sulle streghe che seguono permettono di attraversare questo doppio registro, dal comfort più morbido alla provocazione più tagliente, e di arrivare al sequel di Amore e incantesimi con uno sguardo più consapevole su ciò che davvero racconta la magia femminile.
Il punto di partenza non poteva che essere il film originale di Griffin Dunne, perché senza il primo Amori e incantesimi non avremmo il sequel e non avremmo, soprattutto, un certo immaginario di stregoneria americana che ha plasmato tutto ciò che è venuto dopo.
Sally e Gillian Owens sono sorelle cresciute dalle zie eccentriche, segnate da una maledizione antica che condanna gli uomini che amano a una morte prematura.
Il film alterna la commedia romantica al melodramma e si concede momenti di vero buio, soprattutto nella seconda metà, dove la sorellanza diventa l'unica magia capace di contrastare la violenza maschile.
In questa pellicola la complicità femminile è una forma di sopravvivenza, affonda le sue radici nel concetto più puro di sorellanza e trauma condiviso, usando un registro che sfuma dal più ironico – per sempre iconica, nonché manifesto del piacere dello stare tra donne, la scena del margarita – a quello più doloroso e drammatico che chiede di agire per proteggere chi verrà dopo di noi, anche se questo vuol dire sacrificare qualcosa.
Una strega in paradiso, Il classico di Richard Quine con Kim Novak e James Stewart è una commedia romantica natalizia su una strega newyorkese che si innamora di un mortale e rischia di perdere i propri poteri come prezzo di quell’amore.
Sotto la patina elegante della Manhattan in Technicolor, il film racconta una storia di assimilazione e rinuncia che ha più di un sottotesto inquietante. Uscito in piena epoca maccartista, in un’America ossessionata dall'idea di nemici nascosti tra i propri concittadini, mette in scena una comunità segreta di stregoni costretta a vivere mimetizzandosi, e una protagonista che per essere accettata deve smettere di essere ciò che è.
Guardandolo con gli occhi di oggi – ma in fondo ce ne si poteva accorgere anche con gli occhi di “ieri” – siamo di fronte a un racconto sull’imperativo dell’invisibilità dove la strega, come moltissime altre figure mostruose, è simbolo di emarginazione e pregiudizio non solo femminile ma anche razziale.
Ho sposato una strega, il piccolo gioiello di René Clair con Veronica Lake, è il prototipo da cui discende tutta la commedia romantica con strega del Novecento, da Vita da strega (1964-1972) a Una strega in paradiso.
Una strega arsa al rogo nel Seicento torna nel presente per vendicarsi del discendente del puritano che l'ha condannata, ma finisce per innamorarsi di lui. Sotto la leggerezza della commedia romantica, René Clair anticipa il filone dei decenni successivi e dà alla strega una voce, una memoria, una rabbia legittima. Jennifer ricorda perfettamente il rogo, ricorda chi l'ha uccisa, e la sua maledizione sui Wooley è la rivendicazione di un torto reale. Che poi tutto si risolva nel matrimonio è il compromesso romantico e tipico degli anni Quaranta, quella patina inevitabile di un certo cinema, ma la traccia della violenza storica resta ben visibile e impossibile da ignorare.
Con Kiki – Consegne a domicilio Hayao Miyazaki firma uno dei film più tenui e rivoluzionari del proprio catalogo. Kiki è una giovane strega che, secondo la tradizione, a tredici anni deve lasciare la casa di famiglia e trasferirsi in una città dove non vive nessun'altra strega, per imparare a cavarsela da sola. Così si stabilisce in una panetteria, avvia un servizio di consegne a domicilio sfruttando l'unica magia che le riesce davvero, volare, e attraversa una crisi creativa che le toglie temporaneamente i poteri.
Sotto la superficie del coming of age d'animazione, Kiki racconta l'indipendenza femminile come pratica quotidiana, fatta di lavoro, di relazioni con altre donne adulte, di blocchi e ripartenze. La magia, qui, è semplicemente il talento di una ragazza che impara a fidarsi di sé stessa attraverso il credere progressivamente nel proprio valore ma anche, e soprattutto, dai propri momenti di fragilità, di solitudine, dalla sofferenza che, inevitabilmente, la crescita e il distacco comportano.
Restiamo ancora in campo animazione, questa volta da quella giapponese dello Studio Ghibli a quella franco-belga di Michel Ocelot con Kirikù e la strega Karaba.
Ambientato in un villaggio dell'Africa occidentale, Kirikù e la strega Karaba è uno dei film più politicamente lucidi sulla figura della strega che il cinema abbia mai prodotto.
Il piccolo Kirikù decide di affrontare Karaba, la strega che terrorizza il villaggio, e nel farlo scopre che Karaba, in realtà, è cattiva perché ha subito una violenza: una spina conficcata nella schiena le procura un dolore costante e nessun uomo del villaggio ha mai avuto il coraggio di estrarla. Nella sua semplicità la rivelazione finale ribalta secoli di racconti sulla strega malvagia e li rilegge come storie di donne ferite che la comunità preferisce demonizzare piuttosto che curare. Un film per bambini che dice agli adulti tutto quello che gli adulti hanno sempre saputo e finto di non sapere o scelto deliberatamente di ignorare.
George Miller adatta l’omonimo romanzo John Updike, Le streghe di Eastwick, trasformando una satira misogina in una commedia nera, ambigua e sopra le righe, che lavora sul desiderio ed emancipazione femminile come arma contro il patriarcato che, invece, cerca di confiscare perché ne è terrorizzato.
Le protagoniste sono tre amiche della fittizia cittadina di Eastwick, nel New England (ci avete mai fatto caso che così come New Orleans è il set perfetto per le storie di vampiri, il New England per le storie di streghe?),: una vedova (Cher), una divorziata (Susan Sarandon) e una giovane madre (Michelle Pfeiffer) di sei bambini che, inconsapevolmente, evocano il diavolo sotto le spoglie di Jack Nicholson. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, no? Attraverso di lui scoprono il proprio potere magico e sessuale, capiscono il loro reale potenziale e, soprattutto, che non hanno bisogno di un uomo, per di più se è Satana in persona, per potersi affermare e ottenere ciò che vogliono perché a contare, alla fine, è ciò che loro vogliono e non ciò che a loro viene offerto. E la realtà è che quando una donna arriva a questa “semplice” epifania, è lì che bisogna iniziare a temerla; figuriamoci se avete a che fare con una congrega di novizie streghe!
Álex de la Iglesia firma con Le streghe son tornate una commedia grottesca e apocalittica che è anche una delle riflessioni più feroci sulla misoginia interiorizzata, nonché uno dei film più assurdi che possiate mai vedere in vita vostra; a meno che non siate già dei conoscitori del cinema di de la Iglesia, allora a quel punto sapete già cosa vi attende.
Una banda di rapinatori in fuga finisce nei boschi navarri di Zugarramurdi, terra storicamente associata ai processi inquisitoriali per stregoneria celebrati dal Sant'Uffizio nel 1610, e cade nelle mani di un sabba di streghe contemporanee. De la Iglesia gonfia fino al delirio l'iconografia tradizionale della strega divoratrice di uomini e la usa come specchio deformato per restituire al pubblico la paura maschile della donna in gruppo, della donna che ride, della donna che mangia, che governa. Sotto la farsa carnevalesca, prende il discorso patriarcale sulle streghe e tutte quelle fobie maschili nei confronti delle donne, lo rende esplicito, e al tempo stesso ridicolizza proprio chi, con quella propaganda, vorrebbe continuare a tappare la bocca alle donne più scomode, appunto, alle streghe.
Nessuna millennial, proprio nessuna, può definirsi tale se non è cresciuta guardando il film cult di Andrew Fleming, The Craft – Giovani streghe. Collocato sul confine tra il teen movie e il dark fantasy, la sua natura ambiguità ha definito un intero immaginario adolescenziale, a cominciare dallo stile delle protagoniste fino alle tematiche che, in quegli anni, diventeranno sempre più prominenti all’interno del cinema e serialità per adolescenti; o che comunque si fregiavano di raccontare l’adolescenza.
Quattro ragazze marginalizzate di un liceo cattolico di Los Angeles formano un cerchio di streghe, e usano la magia per riscattarsi da razzismo, abusi familiari, body shaming, violenza maschile. Fin dalla sua uscita, il film viene elevato come uno dei testi fondativi sulla strega adolescente queer-coded, sull'amicizia femminile come spazio di costruzione identitaria alternativa, sul potere come arma a doppio taglio quando viene esercitato senza una cornice etica. Un elemento importante della magia, dal fantasy al folclore fino alle sue letture più contemporanee, è che chiede sempre qualcosa in cambio e che, a furia di abusarne, si finisce per esserne consumati, cosa che effettivamente avveniva all’interno della pellicola ma che, ad essere maliziosi, si potrebbe persino attribuire come pegno morale che il cinema mainstream anni Novanta esigeva. Eppure, se si parla di rappresentazione iconografica, trovatecela un’altra immagina tanto potente come quella delle quattro protagoniste in divisa scolastica che camminano fiere della propria diversità.
Anna Biller dirige, scrive, monta, produce, disegna i costumi e gli arredi di un film che è un manifesto femminista travestito da pastiche pop ma che, purtroppo, ha avuta una distribuzione infelice, passando in sordina tanto dal pubblico quanto dalla critica che, invece, sembra quasi averlo deliberatamente ignorato.
Elaine è una strega contemporanea ossessionata dall'idea di trovare l'amore perfetto, e usa pozioni e incantesimi per sedurre uomini che, uno dopo l'altro, si rivelano incapaci di reggere l'intensità del desiderio che lei proietta su di loro.
Con The Love Witch Anna Biller costruisce ogni inquadratura come un'illustrazione anni Settanta, satura di rosa e di rosso, e in questa cornice apparentemente nostalgica conduce un'analisi chirurgica della costruzione maschile della femminilità desiderabile. Elaine è ciò che gli uomini dicono di volere, dicono di poter controllare, ma è proprio questa presunzione a distruggerli. Un film che andrebbe studiato nei corsi di gender studies tanto quanto in quelli di storia del cinema.


Belladonna
Eiichi Yamamoto firma per la giapponese Mushi Production uno dei film d'animazione più radicali e visivamente sconvolgenti mai prodotti. Liberamente ispirato al saggio La Sorcière di Jules Michelet, Belladonna of Sadness racconta la storia di Jeanne, contadina medievale che subisce una violenza il giorno delle nozze e che, abbandonata da tutti, stringe un patto con il diavolo che le concede un potere progressivamente sempre più grande, fino a renderla guida della propria comunità contro il signore feudale.
Il film usa l'animazione come pittura in movimento, alterna tavole statiche a sequenze psichedeliche, e costruisce un discorso politico esplicito: la stregoneria è la risposta delle donne a un sistema che le ha private di ogni altro strumento. Il finale, che evoca la rivoluzione francese suggerendo Jeanne come antenata simbolica delle donne che porteranno alla caduta del vecchio mondo, è una delle dichiarazioni di poetica femminista più potenti del cinema d'animazione.




































