
10 film che hanno sfidato gli stereotipi di genere nel tempo
Il 22 maggio 2026 è arrivato su Netflix Ladies First, la commedia di Thea Sharrock con Sacha Baron Cohen e Rosamund Pike in cui un uomo maschilista si risveglia in una società matriarcale dove le regole di genere sono ribaltate. Il film, remake del francese Non sono un uomo facile (2018), ha diviso la critica (chi lo ha trovato necessario e chi anacronistico), ma ha riacceso una conversazione che il cinema affronta da decenni: cosa succede quando un film prende le aspettative che la società ha su uomini e donne e le smonta, le rovescia o le ridicolizza?
La storia del cinema è piena di personaggi che hanno rifiutato il ruolo che il mondo aveva scelto per loro: donne che studiano quando non potrebbero, ragazzi che ballano quando dovrebbero tirare di boxe, bionde che vanno a Harvard quando dovrebbero restare in una confraternita, madri che sfidano i mariti per andare a votare, musiciste che compongono quando dovrebbero solo suonare. Ecco dieci film che hanno sfidato gli stereotipi di genere, ognuno a modo suo, dal 1983 a oggi.
Nell'Europa orientale di inizio Novecento, una giovane donna ebrea di nome Yentl vuole studiare il Talmud, cosa che alle donne è proibita. Quando il padre muore, Yentl si taglia i capelli, si veste da uomo, prende il nome di Anshel e si iscrive a una yeshiva, l'accademia rabbinica dove solo gli uomini possono accedere. Da lì comincia una storia di identità nascosta, amicizia, amore e bugie che Barbra Streisand (che dirige, produce, co-scrive e interpreta) racconta con una serietà e un'ambizione che nel 1983 erano rare per un musical hollywoodiano.
La differenza tra Yentl e le commedie di travestimento che lo hanno preceduto è nel motivo. Yentl si traveste perché il mondo le nega l'accesso alla conoscenza sulla base del suo sesso, e lei decide che quella regola è sbagliata e che vale la pena rischiare tutto per infrangerla. Il film tratta il travestimento non come gag ma come atto di ribellione, e la tensione tra la vita pubblica di Anshel (lo studente brillante) e quella privata di Yentl (la donna che deve nascondere chi è) è il cuore emotivo dell'opera. Le musiche di Michel Legrand e i testi di Alan e Marilyn Bergman completano un film che resta unico nella filmografia di Streisand.
Due amiche partono per un weekend fuori città, e nel giro di ventiquattro ore si ritrovano in fuga dalla polizia dopo che una delle due spara a un uomo che stava tentando di stuprare l'altra. Thelma & Louise non è un film sulla vendetta femminile né un manifesto programmatico: è un road movie in cui due donne che hanno passato la vita a fare quello che ci si aspettava da loro (la casalinga sottomessa e la cameriera che si arrangia) scoprono, nella situazione peggiore possibile, una libertà che non avevano mai provato.
Geena Davis e Susan Sarandon costruiscono due personaggi che crescono in tempo reale davanti alla macchina da presa: Thelma, che all'inizio del film non è capace di decidere cosa mettere in valigia, alla fine guida una Thunderbird nel deserto con una sicurezza che non sapeva di avere. Il finale, con la macchina che vola nel vuoto del Grand Canyon, è diventato uno dei momenti più iconici della storia del cinema e uno dei gesti di libertà più discussi e imitati. Ridley Scott dirige con un ritmo da thriller ma lascia spazio ai silenzi e alle conversazioni tra le due donne, e il risultato è un film che nel 1991 fece arrabbiare molti uomini e commuovere molte donne, il che probabilmente significa che aveva colpito nel segno.
Nella Cina imperiale, l'esercito chiama alle armi un uomo per famiglia per combattere l'invasione degli Unni. Il padre di Mulan è anziano e malato, e l'unico modo per salvargli la vita è prendere il suo posto, il che significa tagliarsi i capelli, indossare l'armatura e presentarsi al campo di addestramento fingendosi un uomo chiamato Ping. La premessa è simile a Yentl (una donna che si traveste per accedere a uno spazio riservato agli uomini), ma il contesto è completamente diverso: qui non si tratta di studiare ma di combattere, e lo stereotipo sfidato non è intellettuale ma fisico, l'idea che una donna non possa essere un soldato.
Il film della Disney funziona perché non riduce Mulan a una ragazza che vuole dimostrare di essere forte quanto un uomo. Mulan vince le battaglie usando l'intelligenza più che la forza (la valanga che seppellisce l'esercito degli Unni è provocata da un razzo sparato contro la montagna, non da uno scontro corpo a corpo), e la sua forza sta nella capacità di pensare in modo diverso, non nell'imitare il modello maschile. Mushu il drago (doppiato da Eddie Murphy) fornisce la componente comica, ma il cuore di Mulan è nella scena in cui la protagonista si taglia i capelli con la spada del padre e parte nella notte. Uno dei migliori film Disney degli anni Novanta, e il primo a mettere al centro una protagonista che non aspetta di essere salvata.
County Durham, nord-est dell'Inghilterra, 1984. Mentre i minatori scioperano contro la Thatcher e il paese si spacca in due, un ragazzino di undici anni figlio di un minatore scopre la danza classica nella palestra dove dovrebbe fare boxe, e decide che vuole fare il ballerino. Il padre (Gary Lewis) reagisce come ci si aspetta: con rabbia, vergogna e la convinzione che un maschio non balli. Il fratello maggiore (Jamie Draven) è in sciopero e ha altri problemi a cui pensare. L'insegnante di danza (Julie Walters) è l'unica che vede il talento di Billy e decide di aiutarlo.
Billy Elliot sfida lo stereotipo di genere maschile nel modo più diretto possibile: un ragazzino della classe operaia britannica vuole fare qualcosa che il suo mondo considera da femmine, e il film racconta la fatica di quella scelta senza mai banalizzarla. Stephen Daldry non trasforma Billy in un ribelle consapevole, è un bambino che vuole ballare perché quando balla sente qualcosa che non sente in nessun altro momento della sua vita, e la scena dell'audizione alla Royal Ballet School, in cui Billy cerca di spiegare cosa prova quando balla, è uno dei momenti più commoventi del cinema britannico recente. Jamie Bell, che aveva quattordici anni durante le riprese, vinse il BAFTA come miglior attore e lanciò una carriera che dura ancora oggi.
Elle Woods (Reese Witherspoon), presidentessa di una confraternita di Los Angeles, bionda, ricca, appassionata di moda e di cagnolini chihuahua, viene lasciata dal fidanzato perché lui vuole una ragazza "seria" per la sua carriera politica. La reazione di Elle non è piangere o vendicarsi: è iscriversi alla Harvard Law School per dimostrare che può essere seria anche lei. Il film di Robert Luketic prende una premessa da commedia leggera e la trasforma in qualcosa di più intelligente di quanto il marketing lasciasse intendere.
Lo stereotipo sfidato da La rivincita delle bionde non è solo quello della donna bella e stupida, è quello secondo cui una persona non può essere contemporaneamente femminile e competente. Elle non rinuncia al rosa, ai tacchi alti e al chihuahua Bruiser per adattarsi all'ambiente di Harvard: porta tutto con sé, e il film dimostra che la sua conoscenza della moda, dei cosmetici e delle relazioni sociali è una forma di intelligenza perfettamente valida, non un difetto da correggere. Witherspoon costruisce un personaggio che poteva facilmente essere una macchietta e lo rende una delle protagoniste femminili più amate della commedia americana del decennio. Il film ha generato un sequel, un musical a Broadway e un terzo capitolo in sviluppo.
Nella Virginia segregata degli anni Sessanta, tre donne afroamericane lavorano alla NASA come "calcolatrici umane", risolvendo a mano le equazioni che manderanno John Glenn in orbita intorno alla Terra. Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe) devono combattere su due fronti contemporaneamente: il razzismo delle leggi Jim Crow (bagni separati, mense separate, biblioteche separate) e il sessismo di un ambiente scientifico in cui le donne, a prescindere dal colore della pelle, non vengono considerate all'altezza dei colleghi maschi.
Il diritto di contare sfida un doppio stereotipo (le donne non possono fare scienza, le donne nere non possono fare niente) raccontando una storia vera che per decenni era stata dimenticata. Il film di Theodore Melfi non è rivoluzionario nella forma (la regia è classica, la struttura è quella del crowd-pleaser hollywoodiano), ma la sostanza è potente, e le tre interpretazioni centrali danno ai personaggi una dignità e una concretezza che vanno oltre il film a tema. La scena in cui Katherine Johnson corre sotto la pioggia per raggiungere l'unico bagno per donne di colore della NASA, a un chilometro di distanza dal suo ufficio, è una delle immagini più efficaci del cinema recente nel mostrare il volto "quotidiano" della discriminazione.
Roma, 1946. Delia (Paola Cortellesi) è sposata con Ivano (Valerio Mastandrea), un uomo che la picchia ogni sera con la regolarità di un gesto domestico, e che la considera una proprietà al pari dei mobili di casa. La figlia sta per fidanzarsi con il figlio di una famiglia più ricca, e Delia sembra destinata a ripetere il ciclo della sottomissione che ha visto nella propria madre. Ma qualcosa sta per cambiare: una lettera misteriosa che Delia nasconde al marito diventa il motore di una piccola, silenziosa ribellione quotidiana.
Paola Cortellesi, al suo esordio alla regia, costruisce un film in bianco e nero che usa il linguaggio della commedia all'italiana (i tempi comici, i personaggi sopra le righe, i vicini di casa ficcanaso) per raccontare una storia di violenza domestica e di emancipazione femminile che culmina nel colpo di scena finale, quando scopriamo che la lettera che Delia ha custodito per tutto il film è la tessera elettorale per il referendum del 2 giugno 1946, la prima volta in cui le donne italiane hanno votato. C'è ancora domani è diventato un fenomeno sociale in Italia (oltre trentasei milioni di euro al botteghino, il film italiano più visto del 2023), e ha portato nei cinema anche il pubblico che normalmente non ci va.
Greta Gerwig ha preso la bambola più venduta della storia, un oggetto che per decenni è stato accusato di imporre standard estetici impossibili e ruoli di genere tradizionali alle bambine, e l'ha trasformata in un veicolo per una riflessione sul patriarcato, sull'identità femminile e su cosa significhi essere una donna in un mondo che non sa bene cosa vuole dalle donne. Margot Robbie è Barbie, Ryan Gosling è Ken, e il film racconta cosa succede quando Barbie lascia Barbieland (un mondo perfetto dove le donne governano e gli uomini sono accessori decorativi) per il mondo reale, dove scopre che le cose funzionano esattamente al contrario.
Il colpo di genio di Gerwig è trattare il patriarcato non come un nemico da combattere ma come un sistema che danneggia tutti, uomini compresi. Ken scopre il patriarcato nel mondo reale e lo riporta a Barbieland come una novità entusiasmante, e la sequenza in cui i Ken prendono il potere e trasformano le Dreamhouse in cave da uomo con chitarre e birre è una delle satire più riuscite del cinema recente. Il monologo di America Ferrera su cosa significhi essere una donna oggi ("Devi essere magra, ma non troppo magra. E non puoi mai dire che vuoi essere magra. Devi dire che vuoi essere sana, ma devi comunque essere magra") è diventato virale e ha dato voce a una frustrazione che milioni di donne hanno riconosciuto come propria. Un miliardo e mezzo di dollari al botteghino mondiale, Barbie ha dimostrato che un blockbuster può essere femminista senza smettere di essere divertente.
Nella Venezia di fine Settecento, l'Istituto Sant'Ignazio è una via di mezzo tra un orfanotrofio, un conservatorio e un convento, e le ragazze che ci vivono suonano musica barocca sotto la guida di Perlina (Paolo Rossi), un Maestro di Cappella dispotico e insicuro. Teresa (Galatea Bellugi), soprannominata La Muta perché non parla, lavora come serva dell'istituto e non dovrebbe avere niente a che fare con la musica. Ma una notte scopre un pianoforte nascosto in un deposito, ci mette le mani sopra, e quello che ne esce non è barocco: è un suono contemporaneo, pop, ribelle, fuori dal suo tempo. Un gruppo di musiciste dell'istituto la sente e comincia a seguirla, e insieme formano un'orchestra clandestina che prepara qualcosa di inaudito per la visita di Papa Pio VII.
Margherita Vicario, attrice e cantautrice romana al suo esordio alla regia, ha costruito Gloria! partendo da una domanda che si sentiva fare da anni nel mondo della musica: perché non ci sono compositrici nella storia? La risposta del film è che ci sono sempre state, ma nessuno le ha ascoltate, e le ha lasciate "tra le pagine della Storia", come dice la stessa Vicario. Il colpo di genio è l'anacronismo musicale: le ragazze suonano musica che somiglia al pop e al rock contemporaneo, e il film non chiede allo spettatore di crederci in senso storico ma di sentire la libertà che quella musica rappresenta. Presentato in concorso alla Berlinale 2024, vincitore del Nastro d'Argento per la miglior colonna sonora e del Globo d'Oro come miglior opera prima.
Sacha Baron Cohen interpreta Damien, un dirigente pubblicitario maschilista che dopo una caduta si risveglia in un mondo dove le regole di genere sono invertite: le donne guidano le aziende, gli uomini servono il caffè, e le battute sessiste che Damien faceva alle colleghe ora le subisce. Rosamund Pike è Alex, l'equivalente femminile di Damien in questo mondo capovolto, altrettanto spietata e altrettanto sicura del proprio potere.
Le recensioni sono state contrastanti: chi ha trovato il film necessario ("mostra la realtà del mondo aziendale" hanno scritto diverse spettatrici), chi lo ha giudicato superficiale e datato ("un'idea che era già vecchia nel 2018" è la critica più ricorrente). La verità è che Ladies First funziona meglio come commedia che come satira: Baron Cohen è abile nel fisico e nel disagio del personaggio, Pike è perfetta nel ruolo della donna potente che tratta gli uomini come gli uomini trattano le donne, e il meccanismo del ribaltamento produce alcune scene genuinamente divertenti. Non è un grande film in senso stretto, ma è un buon punto di partenza per una conversazione, e nel contesto di questa lista chiude il cerchio con una domanda semplice: se il mondo fosse davvero alla rovescia, gli uomini accetterebbero le stesse regole che impongono alle donne?








































