
Tutti i film e le serie TV di Paolo Sorrentino (e la nostra Top 5)
Paolo Sorrentino è il regista italiano tra i più amati all’estero, discusso in casa. In Italia fa storcere il naso da vent'anni, da quando nel 2001 un esordiente napoletano di trentun anni portò a Venezia un film su un cantante e un calciatore con lo stesso nome, e da lì in poi non si è mai fermato. Undici lungometraggi, due serie televisive, un Oscar, due premi a Cannes, un Leone d'Argento a Venezia, e una collaborazione con Toni Servillo che dura da sette film e che è diventata una delle coppie regista-attore più solide del cinema europeo contemporaneo.
La grazia, il suo ultimo lavoro, è in sala da gennaio dopo aver aperto il Festival di Venezia 2025, e racconta un Presidente della Repubblica alle prese con dilemmi morali alla fine del mandato, con Servillo protagonista per la settima volta. Sorrentino divide sempre: c'è chi lo considera il più grande regista italiano vivente e chi lo trova un esteta fine a sé stesso, un regista che mette lo stile davanti alla sostanza. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo, e il modo migliore per farsene un'idea è guardare i suoi film. Ecco la nostra classifica dei cinque migliori, seguita dall'elenco completo della filmografia in ordine cronologico.
Antonio Pisapia è un cantante napoletano che ha avuto il suo momento di gloria negli anni Settanta e adesso vive tra la cocaina e i ricordi, trascinandosi per le strade di una Napoli che non lo riconosce più. Antonio Pisapia è anche un calciatore della squadra locale, un uomo taciturno e onesto che sospetta che le partite siano truccate e che per questo viene messo da parte. Due uomini con lo stesso nome, due parabole di declino che non si incrociano mai.
L'esordio di Sorrentino al lungometraggio arriva a Venezia nella sezione Cinema del Presente e vince il Nastro d'Argento come miglior regista esordiente. L'uomo in più è un film ancora acerbo in alcune soluzioni visive, ma già riconoscibilissimo nello sguardo, nel modo di costruire i personaggi attraverso i dettagli, nella capacità di raccontare la sconfitta senza retorica e senza pietismo. Toni Servillo, nel ruolo del cantante, inaugura qui un sodalizio che definirà la carriera di entrambi, e Andrea Renzi dà al calciatore una dignità silenziosa che resta impressa. Il film è importante perché contiene il potenziale di tutto il cinema di Sorrentino: i personaggi sopra le righe, la provincia italiana raccontata con asprezza, Napoli come sfondo e come ferita, e quella tensione tra grottesco e malinconia che diventerà il suo marchio. Per chi vuole capire da dove nasce il suo stile, questo è il titolo da cui partire.
Titta Di Girolamo vive da otto anni in un anonimo albergo di Lugano, in Svizzera. Ogni mercoledì riceve una valigia piena di soldi dalla mafia siciliana e la deposita in una banca. La sua esistenza è una routine fatta di caffè al bar, silenzi, partite a carte con gli altri ospiti dell'albergo, e un isolamento che sembra scelto ma che è in realtà una condanna. Quando la giovane cameriera Sofia entra nella sua vita, qualcosa si incrina.
Con Le conseguenze dell'amore Sorrentino trova per la prima volta l'equilibrio perfetto tra forma e contenuto, e il risultato è il film che lo impone all'attenzione internazionale. Presentato in concorso al Festival di Cannes, vince cinque David di Donatello tra cui miglior film e miglior regia, e Toni Servillo stupisce con una delle sue prove più ipnotiche: il suo Titta è un uomo che ha rinunciato a vivere e che in quella rinuncia ha trovato una pace tremenda, e Servillo lo interpreta quasi senza muoversi, con micro-espressioni e silenzi che dicono più di qualsiasi monologo. La scena della discoteca, con Titta che balla da solo sulle note di un pezzo techno, è uno dei momenti più belli del cinema italiano degli anni Duemila, il punto in cui un uomo morto dentro ritrova per un istante il contatto con la vita. Chi ha amato Lost in Translation (2003) di Sofia Coppola per il modo in cui racconta la solitudine in un albergo troverà qui un film con lo stesso respiro, ma più duro e più oscuro.
Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, senatore a vita, l'uomo più potente e più discusso della Prima Repubblica italiana. Il film copre gli anni tra la fine della sua settima presidenza e l'inizio del processo per associazione mafiosa, raccontando il potere come liturgia, rituale, maschera.
Il divo è il film che ha consacrato Sorrentino a livello mondiale, con il Premio della Giuria al Festival di Cannes, e resta probabilmente la sua opera più impattante, prima della “svolta” felliniana che contraddistinguerà i suoi lavori successivi. Toni Servillo scompare dentro Andreotti: la gobba, le orecchie, lo sguardo da rettile, il modo di camminare rasente i muri, le battute pronunciate sottovoce ma capaci di far crollare un Paese intero. Sorrentino non cerca di spiegare Andreotti, non prende posizione, non fa un processo come il pubblico si aspettava: si limita a osservarlo con un fascino disturbato, costruendo attorno a lui un film che alterna il grottesco al funereo, le riunioni di partito ai funerali di stato, le stragi alle barzellette. La colonna sonora, che passa dai Cassius ai canti sacri, è usata in modo quasi violento, come controcampo sonoro delle immagini. Andreotti stesso definì il film "una mascalzonata", per poi ammorbidire il giudizio qualche giorno dopo. Per chi si interessa di politica italiana, Il divo è visione obbligatoria. Per tutti gli altri, è un film sul potere che funziona ovunque, anche senza conoscere la storia di Andreotti.
Jep Gambardella ha sessantacinque anni, vive a Roma, ha scritto un solo romanzo quarant'anni prima e da allora non ha più scritto nulla. Trascorre le notti tra feste, terrazze, amici brillanti e vacui, e le mattine a chiedersi dove sia finita la bellezza che cercava. Un giorno scopre che il suo primo amore è morto, e da lì comincia un viaggio interiore attraverso la città, i ricordi e le rovine di una vita che poteva essere diversa.
L'Oscar come miglior film straniero nel 2014 ha cambiato la carriera di Sorrentino e ha diviso il pubblico in due. Da una parte chi considerava La grande bellezza il capolavoro del cinema italiano contemporaneo, un film alla Fellini che raccontava la decadenza romana con uno sguardo insieme spietato e innamorato. Dall'altra chi lo trovava un esercizio di stile, una cartolina retorica, un'immagine patinata del cinema italiano ma realizzata appositamente per la critica d’oltreoceano, un film che confondeva sapientemente la superficie estetica con la profondità. La verità è che il film funziona su entrambi i livelli, ed è proprio questa ambiguità a renderlo interessante. Servillo è monumentale nei panni di Jep, un uomo che ha scelto la leggerezza come forma di protezione e che in quella leggerezza si è perso, e la Roma che Sorrentino ricostruisce, fatta di attici con vista sul Colosseo e processioni notturne, è reale e onirica allo stesso tempo. La sequenza iniziale, con la festa sulla terrazza e le luci di Roma sullo sfondo, è tra le più citate del cinema italiano recente. Chi non lo ha ancora visto dovrebbe recuperarlo prima di ogni altro film di Sorrentino, perché è il titolo che ne definisce l'estetica e le ossessioni del regista meglio di qualsiasi altro suo lavoro.






































