
Non solo “Stranger Things”: 10 film e serie TV famosi da cui sono nate serie animate
Il 23 aprile 2026 debutta su Netflix Stranger Things: Storie dal 1985, la serie animata ambientata nell'inverno del 1985 tra la seconda e la terza stagione della serie originale. I fratelli Duffer, che producono il progetto insieme a Eric Robles di Flying Bark Productions, hanno dichiarato di voler catturare lo spirito dei cartoni del sabato mattina con cui sono cresciuti negli anni Ottanta, e il risultato è un esperimento che si muove a metà tra l'omaggio al formato classico e l'espansione dell'universo narrativo di Hawkins. Nessuno degli attori originali torna a dare la voce ai personaggi, ma i ragazzi ci sono tutti (Eleven, Mike, Will, Lucas, Dustin, Max) insieme a una new entry, Nikki Baxter, una ragazza dai capelli rosa che si unisce al gruppo.
L'idea di prendere un successo live-action e trasformarlo in una serie animata non è nuova, anzi è una delle tradizioni più longeve dell'industria dell'intrattenimento. Dagli anni Settanta a oggi, decine di film e serie TV hanno generato versioni animate che in alcuni casi si sono rivelate addirittura superiori all'originale, in altri hanno avuto una vita breve e curiosa, e in altri ancora hanno ridefinito interi franchise. Ecco dieci casi, dal primo esperimento degli anni Settanta fino ai più recenti, che raccontano come il passaggio dal live-action all'animazione possa produrre risultati sorprendenti.
La prima serie animata di Star Trek è arrivata appena quattro anni dopo la cancellazione della serie originale con William Shatner e Leonard Nimoy, ed è un caso raro in cui quasi tutto il cast originale torna a dare la voce ai propri personaggi. Shatner è ancora il capitano Kirk, Nimoy è ancora Spock, DeForest Kelley è ancora il dottor McCoy, e la serie (prodotta dalla Filmation per la NBC, due stagioni da ventidue episodi) riprende le missioni dell'Enterprise come se non ci fosse mai stata un'interruzione. La differenza principale è che l'animazione permette di costruire mondi alieni, creature e ambientazioni che il budget televisivo degli anni Sessanta non avrebbe mai potuto sostenere.
La qualità dell'animazione è quella tipica della Filmation dell'epoca, cioè limitata e spesso rigida, ma la scrittura è solida perché molti degli sceneggiatori della serie originale tornano a lavorare sugli episodi, e Gene Roddenberry supervisiona il progetto come consulente. Il risultato è una serie che per anni è stata considerata un prodotto minore, rivalutata negli ultimi decenni come parte a pieno titolo del canone di Star Trek (1966). Il fatto che sia arrivata prima di qualunque film e, soprattutto, prima di The Next Generation (1987), la rende il primo vero tentativo di espandere l'universo Trek oltre la serie originale. Da recuperare per i fan della serie classica che vogliono scoprire un pezzo di storia del franchise spesso dimenticato, e per chi è curioso di vedere come si faceva animazione di fantascienza negli anni Settanta.
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Fonzie e la Happy Days Gang
Questa è la voce più bizzarra della lista, e merita di esserci proprio per questo. Happy Days (1974), la sitcom di Garry Marshall che aveva trasformato Fonzie in un'icona della cultura pop americana degli anni Settanta, nel 1980 diventa un cartone animato del sabato mattina prodotto dalla Hanna-Barbera per la ABC, con una premessa che non ha niente a che fare con la serie originale. Fonzie, Richie e Ralph incontrano Cupcake, una ragazza venuta dal futuro con una macchina del tempo rotta. Fonzie la ripara, ma il gruppo finisce per perdersi nel tempo, viaggiando da un'epoca all'altra cercando di tornare al 1957. Ah, come se non bastasse, e c'è un cane parlante che si chiama Mr. Cool e cerca di imitare Fonzie.
Henry Winkler, Ron Howard e Don Most tornano a dare la voce ai loro personaggi, il che rende il tutto ancora più surreale. La serie durò due stagioni (ventiquattro episodi) e generò anche un crossover con la versione animata di Laverne & Shirley, altra serie di Marshall, e con quella tratta da Mork & Mindy (1978). È un prodotto del suo tempo, quando la Hanna-Barbera trasformava in cartone animato praticamente qualunque cosa funzionasse in prime time, e oggi ha il fascino di un reperto archeologico della televisione americana degli anni Ottanta. Consigliata a chi ama le curiosità televisive e a chi vuole mostrare ai propri figli quanto poteva essere strana la TV per ragazzi prima dello streaming.
Tra tutte le serie animate nate da un film, The Real Ghostbusters è probabilmente quella che ha funzionato meglio, e in alcuni casi meglio del film stesso. Il cartone, prodotto dalla DiC Entertainment per la ABC, parte dalla premessa di Ghostbusters di Ivan Reitman (1984) e la trasforma in un format episodico in cui Peter Venkman, Egon Spengler, Ray Stantz e Winston Zeddemore affrontano un fantasma diverso ogni settimana, aiutati dal fantasmino Slimer che nel film era un antagonista e qui diventa una specie di mascotte del gruppo.
La serie funziona perché la scrittura dei primi episodi (firmata tra gli altri da J. Michael Straczynski, futuro creatore di Babylon 5, 1994) tratta l'animazione come un mezzo serio, costruendo storie con una complessità inaspettata per un cartone del sabato mattina. I personaggi hanno personalità definite e coerenti, le trame non sono mai banali, e il tono riesce a essere spaventoso quel tanto che basta per i bambini, senza mai esagerare. Il titolo "The Real" fu aggiunto per distinguerla da un'altra serie animata omonima (basata sul film Ghost Busters del 1975, che non c'entra niente con quello di Reitman), e la serie durò sette stagioni e centoquaranta episodi, ben più dei due film originali. Perfetta per chi ha amato il film e vuole restare in quell'universo, e per chi cerca un cartone degli anni Ottanta da guardare insieme ai bambini, ancora divertente a distanza di decenni.
Tim Burton, che aveva diretto il film Beetlejuice nel 1988, rimase coinvolto nel progetto della serie animata come produttore esecutivo, e si vede. Il cartone, prodotto dalla Nelvana per la ABC e poi per la Fox, prende il personaggio interpretato da Michael Keaton nel film e lo trasforma in una specie di migliore amico di Lydia Deetz (Winona Ryder nel film), con cui esplora Assurdopoli, un aldilà grottesco e coloratissimo che nella serie diventa un vero e proprio mondo a sé stante, con le sue regole, i suoi abitanti e la sua logica interna.
In In che mondo stai Beetlejuice, infatti, il rapporto tra Beetlejuice e Lydia nel cartone è molto diverso da quello del film: qui sono complici e amici, non c'è la dinamica predatoria del film originale, e la serie funziona come una commedia d'avventura con un'estetica gotica che anticipa molto del Burton successivo. Il design dei personaggi è pieno di trovate visive, i giochi di parole sono continui (Beetlejuice è ossessionato dai calembour), e Assurdopoli è disegnata con una fantasia che il budget di un film live-action degli anni Ottanta non avrebbe potuto permettersi. Quattro stagioni, novantaquattro episodi, e una serie che molti fan considerano uno dei prodotti più sottovalutati legati al nome di Tim Burton. Da vedere per chi ha amato Beetlejuice Beetlejuice (2024) e vuole scoprire una versione del personaggio più amichevole e avventurosa, e per chi cerca un'animazione con un'identità visiva forte e riconoscibile.
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Ritorno al futuro - La serie animata
Ritorno al futuro è uno dei franchise più amati della storia del cinema, e la serie animata prodotta da Bob Gale e Neil Canton per la CBS è un caso curioso di adattamento che funziona per metà. La premessa è semplice: Doc Brown (con la moglie Clara e i due figli, Jules e Verne, nati nel finale del terzo film) vive nel presente e usa la DeLorean per viaggiare nel tempo, con Marty McFly che lo accompagna nelle avventure. Ogni episodio si apre e si chiude con un segmento in live-action in cui il vero Christopher Lloyd, nei panni di Doc, introduce e commenta la puntata dal suo laboratorio, ed è un tocco che dà alla serie un fascino particolare.
La qualità dell'animazione, tuttavia, è altalenante, ma le storie hanno il merito di mantenere il tono leggero e avventuroso dei film senza prendersi troppo sul serio. I viaggi nel tempo portano i personaggi nell'antica Roma, nel Far West, nel futuro, e la serie riesce a sfruttare la libertà narrativa dell'animazione per costruire scenari che i film non avrebbero mai potuto esplorare. Due stagioni, ventisei episodi, e un prodotto che oggi ha il sapore di un'epoca in cui ogni blockbuster hollywoodiano generava automaticamente un cartone del sabato mattina. Ideale per i nostalgici della trilogia di Zemeckis e per chi vuole far scoprire Ritorno al futuro ai più piccoli partendo da un formato più accessibile.
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The Mask - La serie
Già l’originale The Mask, Il film con Jim Carrey del 1994, era già un ibrido tra live-action e animazione (le sequenze con la Maschera usavano effetti speciali che imitavano deliberatamente i cartoon di Tex Avery), ma la serie animata della CBS porta questa logica alle estreme conseguenze. Stanley Ipkiss indossa la maschera e si trasforma nel personaggio verde e folle che conosciamo, ma senza Jim Carrey a dare il volto al personaggio (e senza il budget per replicare gli effetti del film), la serie doveva trovare una propria identità, riuscendoci a modo suo, ovvero puntando tutto sulla velocità delle gag e sulla libertà totale dell'animazione.
Il risultato è un cartone con un ritmo che ricorda più i Looney Tunes che il film originale. Rob Paulsen dà la voce a Stanley/The Mask con un'energia che non cerca di imitare Carrey ma trova una sua strada, e la serie introduce villain ricorrenti (come il Dr. Pretorius) che danno continuità alle trame. Tre stagioni, cinquantaquattro episodi, e una serie che per molti bambini degli anni Novanta è stata il primo contatto con il personaggio, prima ancora di vedere il film. Consigliata a chi vuole riscoprire un cartone ai limiti dell’assurdo, ricco di gag e dal ritmo completamente folle.
Tra le serie animate derivate da film degli anni Novanta, Men in Black: The Series è quella che ha saputo costruire il rapporto più equilibrato con il materiale originale. La serie della Kids' WB riprende la premessa del film di Barry Sonnenfeld, Men in Black (1997), con gli agenti J e K che proteggono la Terra dagli alieni tenendo tutto segreto alla popolazione, sviluppano la trama in un formato episodico che mantiene il tono ironico e scanzonato del film senza dipendere dalle star che avevano indossato l’abito nero nel capitolo originale (Will Smith e Tommy Lee Jones non prestano le voci, ma i sostituti sono credibili).
Rispetto al film, la forza della serie sta nella sua capacità di sviluppare un vero e proprio universo partendo dalle premesse del film. Ogni episodio introduce nuove specie aliene, nuove tecnologie, nuovi problemi intergalattici, e il format consente di esplorare l'immaginario MIB con una libertà difficile da replicare al cinema. La serie animata costruisce un mondo coerente che in quattro stagioni e cinquantatré episodi riesce a essere più ricco e dettagliato di quello dei tre film messi insieme, approfondendo luoghi, dettagli e personaggi come il cinema non avrebbe potuto fare. Da guardare per chi ha amato i film e vuole esplorare l'universo MIB molto più a fondo, e per chi cerca una serie animata di fantascienza adatta a tutta la famiglia.
Il passaggio dall'universo di Star Wars all'animazione ha una storia lunga (le serie Droids ed Ewoks risalgono al 1985), ma è con The Clone Wars che il rapporto tra live-action e animazione nel franchise cambia per sempre. La serie, creata da Dave Filoni con George Lucas come produttore esecutivo, è ambientata tra L'attacco dei cloni (2002) e La vendetta dei Sith (2005) e racconta le guerre dei cloni episodio per episodio, seguendo Anakin, Obi-Wan, i cloni e un cast di personaggi nuovi attraverso battaglie, intrighi politici e missioni che i film non avevano avuto il tempo di mostrare.
L'inizio non fu dei migliori: il film d'animazione che nel 2008 fece da pilota alla serie fu un flop di critica e pubblico, e in pochi avrebbero scommesso sul progetto. Ma la serie TV riuscì a trovare il suo ritmo a partire dalla seconda stagione, e da lì in poi la qualità è cresciuta costantemente, con archi narrativi che hanno aggiunto sfumature importanti ai personaggi dei film e ne hanno introdotti di nuovi, su tutti Ahsoka Tano, la padawan di Anakin, diventata nel tempo uno dei personaggi più amati dell'intero franchise (al punto da ottenere una serie live-action tutta sua). The Clone Wars, inoltre, ha generato a sua volta una serie di spinoff (Rebels, The Bad Batch, Tales of the Jedi) che hanno ampliato l'universo animato di Star Wars, in direzioni prima imprevedibili. Consigliata a chi vuole approfondire il periodo delle guerre dei cloni oltre i film, e a chi è curioso di scoprire perché Ahsoka Tano è diventata così importante per il franchise.
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Scott Pilgrim Takes Off
Scott Pilgrim Takes Off è forse l'esempio più intelligente di come trasformare un film in una serie animata senza ripetere quello che è già stato fatto. Il film di Edgar Wright del 2010, Scott Pilgrim vs. the World, era un adattamento fedele dei fumetti di Bryan Lee O'Malley, e la serie animata di Netflix avrebbe potuto essere semplicemente la stessa storia raccontata in animazione. Invece O'Malley e lo sceneggiatore BenDavid Grabinski fanno una scelta radicale: il primo episodio parte come un rifacimento fedele, e poi alla fine della puntata Scott muore nel primo duello con uno degli Evil Exes. Da quel momento la serie diventa un'altra cosa, con Ramona Flowers al centro della storia e tutti i personaggi secondari che finalmente ottengono lo spazio che nei fumetti e nel film non avevano avuto.
Il cast originale del film torna integralmente a dare le voci (Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead, Chris Evans, Aubrey Plaza, Kieran Culkin), l'animazione dello studio giapponese Science Saru è splendida, e la serie usa la libertà del formato animato per costruire sequenze di combattimento, viaggi nel tempo e gag visive davvero sorprendenti. Netflix non l'ha rinnovata per una seconda stagione (i costi del cast erano troppo alti rispetto agli ascolti), ma la prima stagione funziona come opera completa e autosufficiente. Da vedere assolutamente per chi ha amato il film di Wright, ma anche per chi cerca un'animazione adulta, breve ma piena di idee, che non ha paura di ribaltare le aspettative del proprio pubblico.
Prendere l'intero Marvel Cinematic Universe, il franchise cinematografico più redditizio della storia del cinema, e chiedersi "e se le cose fossero andate diversamente?". La premessa di What If...?, serie animata ispirata all'omonima collana di fumetti Marvel degli anni Settanta, è semplice e potentissima: ogni episodio riscrive un momento chiave del MCU cambiando una singola variabile. E se Peggy Carter avesse ricevuto il siero del supersoldato al posto di Steve Rogers? E se T'Challa fosse diventato Star-Lord? E se il dottor Strange non avesse perso l’uso delle mani?
La serie funziona perché il MCU ha costruito un universo narrativo talmente vasto e dettagliato che il pubblico conosce già i personaggi, le relazioni, le conseguenze delle scelte, e può apprezzare ogni variazione senza bisogno di troppe spiegazioni. Jeffrey Wright dà la voce all'Osservatore, il narratore cosmico che guarda gli universi alternativi senza intervenire (fino a quando non è costretto a farlo), e molti degli attori dei film tornano a prestare la voce ai propri personaggi. Tre stagioni, ventisette episodi, e un prodotto che ha dimostrato a Disney che l'animazione può essere un mezzo per espandere il MCU con una libertà creativa che non ha nulla da invidiare a film da duecento milioni di dollari. Perfetta per i fan del MCU che vogliono esplorare il multiverso senza impegnarsi in una visione lunga, e per chi è curioso di vedere i propri eroi preferiti in versioni completamente inaspettate.
























