La Pixar ha cambiato il cinema d'animazione nel modo in cui i Beatles hanno cambiato la musica pop: prima di loro il mondo era in un modo, dopo di loro era in un altro, e non si è più tornati indietro. Quando Toy Story arrivò nelle sale nel 1995, l'idea che un film interamente realizzato in computer grafica potesse competere con i classici Disney disegnati a mano sembrava una scommessa azzardata.
Trent'anni dopo, la Pixar ha prodotto ventinove lungometraggi, vinto undici Oscar per il miglior film d'animazione, e costruito un catalogo che attraversa tre generazioni di spettatori, dai bambini che piangevano con Woody ai genitori che piangono con Riley.
Non tutti questi film sono capolavori. La Pixar ha avuto i suoi momenti di stanchezza creativa, sequel non sempre necessari, idee che funzionavano meglio sulla carta che sullo schermo. Ma quando funziona (e funziona spesso) lo studio di Emeryville produce un tipo di cinema che riesce a parlare ai bambini da punti di vista inaspettati, continuando a commuovere anche generazioni di adulti. Con Jumpers (2026) in uscita in questi giorni e Toy Story 5 annunciato per la fine dell'anno, il momento è perfetto per fare il punto su trent'anni di lampade salterine. Ecco i nostri dieci film Pixar preferiti, seguiti dall'elenco completo di tutti i lungometraggi in ordine di uscita. Tutti i titoli sono disponibili su Disney+.
“Toy Story” di John Lasseter (1995)
Woody è il giocattolo preferito di Andy, il cowboy che comanda la cameretta. Quando per il compleanno arriva Buzz Lightyear, un astronauta convinto di essere vero, Woody vede minacciato il suo primato e cerca di liberarsene. Il piano va storto, i due finiscono nella casa del terribile Sid, il ragazzino che tortura i giocattoli, e devono collaborare per sopravvivere.
Il primo lungometraggio interamente realizzato in CGI è anche, a trent'anni di distanza, uno di quelli che reggono meglio alla revisione. La grafica di Toy Story oggi appare inevitabilmente datata, certo, ma la sceneggiatura firmata da Joss Whedon, Andrew Stanton, Joel Cohen e Alec Sokolow ha una precisione di scrittura che non invecchia mai. Ogni battuta funziona, ogni scena fa avanzare la storia, non c'è un secondo di troppo nei suoi ottantuno minuti di durata. Tom Hanks e Tim Allen danno a Woody e Buzz due voci che sono diventate parte dell'infanzia di milioni di persone, e il tema dell'obsolescenza, della paura di essere sostituiti, della gelosia che si trasforma in amicizia, colpisce gli adulti almeno quanto i bambini. Il film che ha inventato un genere e che ha lanciato una saga che proseguirà con il quinto capitolo entro la fine dell'anno. Stupendo a tutte le età, da rivedere assolutamente per capire dove tutto è cominciato.
“Monsters & Co.” di Pete Docter (2001)
A Monstropolis i mostri esistono davvero, e il loro lavoro consiste nello spaventare i bambini per raccogliere le urla, che sono la fonte di energia della città. Sulley è il miglior spaventatore della Monsters Inc., Mike il suo assistente e migliore amico. Un giorno una bambina di due anni, Boo, riesce a entrare nel mondo dei mostri, e Sulley scopre che le creature che dovrebbero fare paura ai bambini in realtà ne sono terrorizzate.
Pete Docter, che sarebbe poi diventato il capo creativo della Pixar, con Monsters & Co. firma il suo primo capolavoro, costruendo un mondo parallelo con regole proprie che funzionano come satira del mondo del lavoro. La Monsters Inc. è un'azienda con i suoi obiettivi trimestrali, i suoi impiegati frustrati, le sue rivalità interne, i suoi dirigenti cinici. Il colpo di genio è il ribaltamento del rapporto mostro-bambino, un'idea talmente semplice da sembrare ovvia ma che nessuno aveva mai sviluppato con questa profondità. John Goodman e Billy Crystal prestano le voci a un duo comico che ricorda i grandi classici di Abbott e Costello, ma è la piccola Boo a portarsi via il film con una tenerezza che disarma. Il finale, con quella porta che si riapre e quel sorriso che non vediamo ma intuiamo, è tra i più commoventi della storia Pixar. Perfetto per una serata in famiglia, e tra le migliori porte d'ingresso al catalogo Pixar per i bambini più piccoli.
“Alla ricerca di Nemo” di Andrew Stanton (2003)
Marlin è un pesce pagliaccio vedovo, iperprotettivo, terrorizzato dall'oceano e da tutto ciò che contiene. Quando suo figlio Nemo viene catturato da un subacqueo e finisce in un acquario a Sydney, Marlin attraversa l'intero Pacifico per ritrovarlo, accompagnato da Dory, un pesce chirurgo con gravi problemi di memoria a breve termine che dimentica tutto nel giro di pochi secondi.
Andrew Stanton costruisce un'avventura marina che funziona come un road movie, con ogni tappa che presenta nuovi personaggi e nuovi pericoli, dagli squali vegetariani alle meduse, dalla corrente australiana orientale ai pellicani di Sydney. La Pixar qui raggiunge un livello di realismo visivo nell'animazione dell'acqua che all'epoca era senza precedenti, ma l'aspetto tecnico non prevale mai sulla storia, che è essenzialmente un racconto sulla difficoltà di lasciar andare chi si ama. Marlin deve imparare che proteggere Nemo non significa imprigionarlo, e il viaggio fisico diventa viaggio interiore senza che il film lo sottolinei con pesantezza. Ellen DeGeneres dà a Dory una voce che è insieme comica e malinconica, creando un personaggio che avrebbe meritato il proprio film, e infatti l'ha avuto tredici anni dopo con Alla ricerca di Dory (2016). Alla ricerca di Nemo è in questa lista perché nessun altro film Pixar racconta con altrettanta grazia il rapporto tra un genitore e un figlio, ed è il titolo perfetto da recuperare se avete amato Oceania (2016) e cercate un'altra avventura acquatica Disney, i temi sono simili ma qui sono raccontati con una profondità emotiva diversa.
“Gli Incredibili” di Brad Bird (2004)
I supereroi sono stati messi fuorilegge e costretti a vivere sotto copertura come normali cittadini. Bob Parr, in arte Mr. Incredibile, lavora in un'assicurazione e odia ogni minuto della sua nuova vita. Sua moglie Helen, ex Elastigirl, cerca di tenere insieme la famiglia. I figli Violetta e Flash nascondono i loro poteri a scuola. Quando Bob riceve una misteriosa offerta per una missione segreta su un'isola, non resiste alla tentazione.
Brad Bird, che arrivava dalla delusione commerciale de Il gigante di ferro (1999), porta alla Pixar una sensibilità diversa, più adulta, più cinefila, più interessata all'azione come linguaggio espressivo. Gli Incredibili è il film Pixar che più di ogni altro dialoga con il cinema live-action, mescolando l'estetica dei primi James Bond con i temi familiari dello studio, e il risultato è un film che funziona su due livelli paralleli. Per i bambini è un'avventura con superpoteri, per gli adulti è una storia sulla crisi di mezza età, sul matrimonio che scricchiola, sulla frustrazione di chi si sente destinato a fare grandi cose e invece timbra il cartellino. Il villain Sindrome, un fan deluso diventato cattivo, anticipa di vent'anni il discorso sulla cultura del fandom tossico. Gli Incredibili è il film d'animazione più vicino a un action movie che la Pixar abbia mai prodotto, e chi ama i cinecomic Marvel ma cerca un tonalità più leggere troverà qui esattamente quello che cerca. Il sequel del 2018 è divertente ma non raggiunge le stesse vette.
“Ratatouille” di Brad Bird (2007)
Rémy è un topo con un olfatto sopraffino e un sogno impossibile, diventare chef in un ristorante parigino. Quando finisce nelle cucine del Gusteau's, un tempo il più celebre ristorante di Parigi, scopre di poter controllare i movimenti del giovane sguattero Linguini nascondendosi sotto il suo cappello da cuoco e tirandogli i capelli. Insieme, formano un duo improbabile che riporterà il ristorante agli antichi fasti.
Brad Bird firma il suo secondo capolavoro Pixar consecutivo, e la Parigi che ricostruisce è una delle scenografie più belle che lo studio abbia mai animato, dalle luci lungo la Senna ai tetti di zinco, dalle cucine fumanti dove tutto si muove a velocità vertiginosa fino ai vicoli notturni. Il film è una dichiarazione d'amore per la cucina francese e per l'idea che il talento possa emergere ovunque, anche nel posto più improbabile, ed è difficile non leggerci una metafora della Pixar stessa, uno studio di animazione al computer che ha sfidato l'establishment Disney dimostrando che le grandi storie non avevano più bisogno del pennello. Peter O'Toole presta la voce al critico gastronomico Anton Ego, e il suo monologo finale sulla critica e la creatività è uno dei momenti più alti della scrittura Pixar, un pezzo di cinema che andrebbe studiato nelle scuole di giornalismo. Ratatouille è il film perfetto per chi ama Parigi, per chi ama la cucina, e per chi ha bisogno di ricordarsi che non importa da dove vieni ma dove vuoi arrivare. Se avete amato Il favoloso mondo di Amélie (2001), qui ritroverete la stessa Parigi incantata, ma con un topo ai fornelli.
“WALL·E” di Andrew Stanton (2008)
La Terra è stata abbandonata dagli esseri umani, sommersa dai rifiuti. L'unico abitante rimasto è WALL·E, un piccolo robot compattatore che da settecento anni accumula spazzatura in grattacieli di cubi compressi e colleziona oggetti che lo incuriosiscono. Un giorno atterra una sonda spaziale di nome EVE, e WALL·E se ne innamora.
La prima mezz'ora di WALL·E è praticamente cinema muto. Non ci sono dialoghi, non ci sono esseri umani, c'è solo un robottino arrugginito che guarda le stelle e ascolta Hello, Dolly! su un vecchio videoregistratore. Andrew Stanton riesce a creare un personaggio con due lenti al posto degli occhi e qualche suono metallico al posto della voce, eppure WALL·E è più espressivo di molti attori in carne e ossa. Il film è anche una delle critiche ambientali più efficaci mai prodotte da uno studio mainstream, perché non predica mai, si limita a mostrare un pianeta distrutto dal consumismo e lascia che le immagini parlino da sole. La seconda parte, ambientata sulla nave spaziale dove gli umani sono diventati enormi e incapaci di camminare, è meno potente della prima, ma WALL·E nel suo insieme resta uno dei vertici assoluti dell'animazione contemporanea. Consigliato a chi ama la fantascienza che fa pensare senza rinunciare alla poesia, con tanto di citazione a 2001: Odissea nello spazio (1968) ma tradotto in un linguaggio accessibile a tutte le età.
“Up” di Pete Docter (2009)
Carl Fredricksen è un vedovo di settantotto anni che ha trascorso tutta la vita accanto alla moglie Ellie, con cui condivideva il sogno di viaggiare fino alle Cascate Paradiso in Sudamerica. Quando gli sviluppatori edilizi minacciano di demolire la sua casa, Carl attacca migliaia di palloncini al tetto e parte. Con lui, involontariamente, c'è Russell, uno scout di otto anni che voleva solo guadagnare la sua ultima medaglia.
I primi dieci minuti di Up sono diventati leggendari, un montaggio senza parole che racconta un'intera vita a due, dall'incontro all'amore, dai sogni rimandati alla vecchiaia, fino alla sedia vuota accanto a Carl. È un cortometraggio dentro il film, e da solo basterebbe a giustificare l'intera filmografia Pixar. Pete Docter ha il dono di trovare l'emozione nei luoghi più inaspettati, e qui la trova nella figura di un vecchio burbero che ha smesso di vivere quando ha perso la persona che dava senso alla sua vita. Il viaggio con Russell lo costringe a riaprirsi al mondo, e il rapporto tra i due, che è insieme comico e commovente, è costruito con una delicatezza che il cinema per adulti raramente raggiunge. Up è in questa lista perché quei primi dieci minuti da soli valgono l'intero catalogo Pixar, e il resto del film è all'altezza della promessa. Preparate i fazzoletti, vi serviranno, sul serio. Fu il secondo film d'animazione nella storia a essere candidato all'Oscar come miglior film, dopo La bella e la bestia (1991).
“Coco” di Lee Unkrich e Adrian Molina (2017)
Miguel è un ragazzino messicano che sogna di diventare musicista, ma la sua famiglia ha bandito la musica da generazioni a causa di un antenato che li abbandonò per inseguire la fama. Durante il Día de los Muertos, Miguel finisce accidentalmente nella Terra dei Morti, dove ha tempo fino all'alba per ottenere la benedizione dei suoi antenati e tornare nel mondo dei vivi.
Coco è il film Pixar più radicato in una cultura specifica, quella messicana, e la cura con cui è stato realizzato si vede in ogni dettaglio: le decorazioni degli altari, i colori dei fiori di cempasúchil, i vestiti, la musica, i rituali. La Pixar ha lavorato per anni con consulenti culturali messicani, e il risultato è una rappresentazione del Día de los Muertos che in Messico è stata accolta con un affetto enorme, diventando un fenomeno che ha superato i confini del cinema per bambini. Ma non serve conoscere la tradizione messicana per piangere durante il finale, quando Miguel canta Ricordami alla bisnonna Coco e il volto della vecchia si illumina di un ricordo che sembrava perduto per sempre. È una scena che parla di memoria, di famiglia, di cosa resta di noi quando non ci siamo più, e che riduce in lacrime adulti di ogni latitudine con una precisione chirurgica, messicani e non. L'Oscar come miglior film d'animazione è stato meritatissimo. Coco è il film da guardare il giorno dei morti, a Natale con i nonni, o in qualsiasi momento in cui sentite il bisogno di chiamare qualcuno che non sentite da troppo tempo. Se Encanto (2021) vi è piaciuto per il modo in cui racconta la famiglia attraverso la cultura latinoamericana, Coco lo fa con una profondità ancora maggiore.
“Soul” di Pete Docter (2020)
Joe Gardner è un insegnante di musica di mezza età che ha passato la vita ad aspettare la grande occasione. Quando finalmente ottiene l'ingaggio dei suoi sogni, un concerto jazz in un club di New York, cade in un tombino e finisce nell'Ante-Mondo, il luogo dove le anime si preparano alla vita sulla Terra. Lì incontra 22, un'anima che non ha nessuna intenzione di nascere perché non trova un motivo valido per vivere.
Pete Docter, al suo terzo film nella nostra lista, conferma di essere il regista Pixar con la sensibilità filosofica più sviluppata. Soul affronta nientemeno che il senso della vita, e lo fa senza mai diventare pedante. Il film è anzi leggero, divertente, pieno di gag visive che funzionano perfettamente per i bambini, mentre sottotraccia lavora su temi che riguardano molto più gli adulti. L'idea che la vita non sia fatta per realizzare un grande scopo ma per assaporare i momenti minimi, la luce del sole su una foglia, il sapore di una pizza, il suono di una nota che vibra nell'aria, è commovente nella sua semplicità. La sequenza jazz, animata con uno stile astratto che ricorda Kandinsky, è tra le scene più eleganti mai prodotte dalla Pixar. Trent Reznor e Atticus Ross, i compositori di The Social Network (2010) o Challengers (2024), firmano una colonna sonora che mescola elettronica e jazz con risultati straordinari. Soul è uscito direttamente su Disney+ durante la pandemia e meritava la sala più di quasi tutti i film di quell'anno. È il Pixar più adulto nel senso migliore del termine, quello da guardare dopo una giornata in cui vi siete chiesti se state facendo la cosa giusta con la vostra vita. Se avete amato La La Land (2016) per il modo in cui racconta il sogno artistico e il prezzo che richiede, qui troverete lo stesso tema affrontato con una maturità ancora più profonda.
“Inside Out 2” di Kelsey Mann (2024)
Riley ha tredici anni e le emozioni che conoscevamo dal primo film, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, devono fare i conti con l'arrivo di nuove coinquiline nella sala di comando, tra cui Ansia, Invidia, Imbarazzo e Noia. L'adolescenza irrompe nella mente di Riley come un cantiere sempre aperto, e Ansia, convinta di fare il bene della ragazza, prende il controllo.
Il rischio di un sequel di Inside Out (2015) era enorme, perché il primo film aveva raggiunto un equilibrio quasi perfetto tra intrattenimento e profondità psicologica, e replicarlo sembrava impossibile. Kelsey Mann, al suo esordio alla regia, sceglie di non cercare la copia ma di spostare il discorso: se il primo parlava della necessità di accettare la tristezza come parte della vita, il secondo parla dell'ansia come compagna inevitabile della crescita, della paura di non essere abbastanza, del bisogno di controllare il futuro che finisce per paralizzare il presente. Maya Hawke dà ad Ansia una voce frenetica e insicura che è perfetta per il personaggio, e la scena in cui Riley ha un attacco di panico è rappresentata con una precisione davvero autentica. Ha incassato oltre un miliardo e seicento milioni di dollari, diventando il film d'animazione con il maggior incasso nella storia del cinema. Inside Out 2 non è solo un sequel riuscito, è un film che aveva bisogno di esistere, e che andrebbe visto insieme ai propri figli adolescenti, perché racconta le loro emozioni meglio di quanto qualsiasi conversazione a tavola potrebbe fare.


















































































































