
"Ice Cream Man" non ti attira per niente? Eli Roth si riscatta con questa serie sottovalutata
A differenza di Thanksgiving (2023), accolto per lo più con entusiasmo dalla comunità horror alla sua uscita, Ice Cream Man (2026) si sta rivelando uno dei titoli più divisivi della sua carriera. Del resto la filmografia di Eli Roth è sempre stata terreno di scontro tra chi lo considera uno degli autori più coraggiosi e visionari dell'horror contemporaneo, in modo particolare per il sottogenere gore e splatter, e chi invece fatica a digerire il suo gusto per l'eccesso, senza contare le controversie, anche extra-cinematografiche, che negli anni lo hanno reso una figura pubblica scomoda per una fetta del pubblico.
Eppure, in mezzo a una carriera così altalenante, esiste un progetto firmato Roth che meriterebbe molta più attenzione di quanta ne abbia effettivamente ricevuta, soprattutto per se siete dei veri grandi amanti del genere.
Una carriera nata per dividere
L’esordio con Cabin Fever nel 2002 lo aveva già consacrato come una voce fuori dagli schemi, ma sono stati Hostel (2006) e il suo sequel, Hostel: Parte 2 (2011), a renderlo il volto principale del cosiddetto torture porn, un'etichetta spesso usata in senso dispregiativo per descrivere film accusati da parte della critica di sadica violenza gratuita, misoginia e razzismo.
Il remake di Il Giustiziere della Notte - Death Wish del 2018 gli attirò ulteriori polemiche, arrivando nelle sale in un momento storico particolarmente delicato sul tema delle armi da fuoco negli Stati Uniti, mentre Borderlands, nel 2024, tratto dall'omonimo videogioco, si è rivelato un fiasco tanto commerciale quanto critico, con lo stesso Roth che ci ha messo su il carico da novanta, scaricando parte della responsabilità del progetto sulla produzione esterna. Con Thanksgiving, accolto come uno dei migliori slasher autoconsapevoli degli ultimi anni, sembrava aver finalmente ritrovato il vecchio smalto perduto, ma è stato proprio in quel momento che la sua immagine pubblica è tornata a incrinarsi per una serie di dichiarazioni personali finite al centro di forti polemiche sui social, tra cui un commento del 2025 rivolto all'attivista Greta Thunberg che ha generato un'ondata di critiche indipendente da qualunque suo film.
"Eli Roth's History of Horror", un progetto troppo sottovalutato
In mezzo a questa carriera così ondivaga si trova invece un piccolo gioiello passato quasi inosservato, Eli Roth's History of Horror (2018-2021), la docuserie andata in onda su AMC tra il 2018 e il 2021 per tre stagioni, ideata e condotta dallo stesso Roth sulla falsa riga dell’iconico Master of Horrors (2005-2006). Ogni episodio, della durata di un'ora, esplora un sottogenere specifico dell'horror, dagli zombie agli slasher, dai fantasmi ai vampiri, dalle possessioni demoniache all'horror natalizio, alternando clip sapientemente montate a interviste con alcune delle figure più autorevoli del cinema di genere, tra cui Stephen King, Quentin Tarantino, Jordan Peele, Jamie Lee Curtis, Robert Englund, Linda Blair, Tippi Hedren, Rob Zombie, John Landis e Jack Black. La seconda stagione ha sfiorato i sei milioni di spettatori secondo i dati Nielsen, e la serie mantiene tuttora un ottimo punteggio su IMDb, nonostante una visibilità mediatica sproporzionatamente bassa rispetto alla qualità del prodotto.
La versione più genuina e pura di Eli Roth

In questa serie Roth dimostra una conoscenza enciclopedica e genuinamente appassionata della storia dell'horror, capace di spiegare con lucidità critica perché una determinata scena funzioni, quali paure collettive intercetti un sottogenere in un determinato momento storico, cosa distingua un classico da un semplice imitatore riuscito male. Prima ancora di essere lo sguardo di un regista, è quello di uno studioso capace di analizzare con precisione chirurgica meccanismi che, dietro la macchina da presa, non sempre riesce a replicare con altrettanta disciplina.
Per chi è rimasto poco convinto da Ice Cream Man, recuperare Eli Roth's History of Horror potrebbe farvi far pace con una delle figure più controverse del genere, ma soprattutto darvi l’occasione non solo di conoscere la sua versione più genuina, quella di un vero appassionato e amato del genere, ma anche di approfondire ancora di più la complessità di un genere troppo spesso sottovalutato e che, invece, non solo è antico tanto quanto il cinema stesso, ma rappresenta anche il filtro attraverso cui leggere la società.







