
“Due spicci” di Zerocalcare è il ritratto definitivo dei Millennial
Per spiegare cosa significhi essere Millennial quarantenni oggi, sorpassati a destra dalla Gen Z e con l'aspetto di eterni adolescenti che – come per uno strano incantesimo – non sono mai davvero invecchiati, basta guardare Due spicci (2026). La nuova serie animata creata, scritta e diretta da Zerocalcare, e prodotta da Movimenti Production in collaborazione con BAO Publishing, che arriverà su Netflix dal 27 maggio. Un bagno di realtà per chi si guarda intorno e realizza che forse la strada percorsa fino a quel momento ha bisogno di un ricalcolo, perché quella non è la direzione che credevamo giusta.
Un racconto crepuscolare
Dopo Strappare lungo i bordi (2021) e Questo mondo non mi renderà cattivo (2023), il fumettista di Rebibbia ci regala altri 8 episodi in cui, nel mettere a nudo se stesso, parla alla sua generazione. Lo fa con quello stile inconfondibile in cui l'umorismo si mischia a un groppo in gola, le citazioni pop al peso delle responsabilità che l'età adulta ti sbatte in faccia. “Questa serie è crepuscolare perché mi trovo in un momento dell'esistenza simile. Quindi ho difficoltà a scrivere qualcosa di diverso o di più pagliaccesco”, spiega Michele Rech.
“Sono cresciuto con una serie di valori molto forti riguardo alla collettività, al fatto che nessuno si salva da solo, che le soluzioni sono sempre quelle collettive. E sono cose in cui credo e che nella vita ho anche cercato di applicare. Poi la verità è che arrivati a 40 anni e passa, mi sono accorto che si incontrano delle situazioni in cui quelle cose belle - il fatto di stare insieme, essere amici, non essere lasciati da soli - a volte non sono sufficienti a risolverle. A volte il lieto fine non c'è. Volevo che la serie un po' rispecchiasse questa cosa, che non fosse una di quelle in cui alla fine tutto deve per forza andare come uno se l'aspetta”.
La generazione ponte (in cerca di appigli per restare a galla) dei Millennial

In Due spicci Zero e Cinghiale, amici fin dai tempi della scuola, gestiscono insieme un piccolo locale. Ma, registri alla mano, il fumettista si rende conto che qualcosa non torna. Mancano i soldi. Il suo amico si è messo in un brutto giro e, tra problemi economici, incomprensioni e vite personali che si complicano più del dovuto, si ritrovano entrambi sotto pressione. A complicare un quadro già instabile ci pensa il ritorno di una figura dal passato di Zero, Smeralda, che ha bisogno di un letto in cui dormire e uno spazio sicuro per far guarire i lividi. Una situazione complessa che costringe tutti i personaggi a fare scelte difficili.
Zero, Cinghiale, Smeralda, Sarah, Secco. Tutti improvvisamente con uno specchio davanti che riflette chi sono (diventati) veramente. Un gruppo di individui in mezzo al mare che prova a non affogare, aggrappandosi alla Zattera della Medusa. La generazione ponte che è rimasta schiacciata dal peso di un futuro che sognava diverso e una realtà in cui il lavoro è pagato con “le goleador” e, man mano che vai avanti, il livello di difficoltà aumenta “come nei videogiochi”.“Noi Millennial siamo la generazione che ha avuto di più lo scarto tra il mondo che ha conosciuto da bambini - e quindi le aspettative che avevamo proiettato - e quello che ci siamo ritrovati nel momento in cui ci dovevamo pagare l'affitto da soli”, riflette il fumettista.
“Mentre quelli venuti dopo hanno con la crisi del subprime già iniziata, non hanno mai sperato in niente e quelli prima erano dei poverelli che invece poi hanno avuto la pensione a 45 anni, noi siamo quelli che hanno avuto di più l'esigenza di ricalcolo”.
Tra disillusione e fine della trilogia

C'è la disillusione alla base di Due spicci. Quella di chi vive con i sensi di colpa, nasconde le emozioni in una botola piena di grovigli di rovi con spine appuntite e ha paura a mettere il naso fuori dalla propria comfort zone perché fuori “c’è troppa luce e non si vede nulla”. La stessa di chi scopre che non si possono risolvere i problemi come se fossimo ne I Goonies (1985). “Per me di sicuro non è un racconto terapeutico, però è un modo per fare il punto sulla vita che mi aiuta a mettere ordine nelle cose in generale”, spiega Rech.
“Anche per il pubblico dubito fortemente che possa essere terapeutico. Ma c'è una cosa di cui mi sono accorto ricevendo feedback sulle altre serie e su alcuni miei libri: percepire che quello stesso sentimento riguarda anche altre persone. Forse un po' rincuora per l'orribile meschinità del mal comune mezzo gaudio. O almeno ti fa capire che non sei tu l'unico stronzo rimasto indietro da alcune cose della vita. Mitiga una sensazione di solitudine”.
“Nella mia testa questa è la fine della trilogia. Strappare lungo i bordi era retrodatata alla mia età - avevo 37 anni, ma nella storia ero più giovane - e iniziavano le prime disillusioni”, conclude Zerocalcare. “Adesso è come se fosse arrivato il momento di tirare le somme. Non è che le esistenze dei personaggi si esauriscano in queste serie, ma i loro percorsi tematici hanno trovato una conclusione in Due Spicci”.
Se Ken Loach ci insegna che“creperemo disperati”, la serie ci ricorda che, nonostante siamo soli alla deriva, poi arriva una mano ad aiutarci. Qualcosa che, forse, non è vera per tutti. Specie per chi non ha mai avuto amici che si sono messi al suo fianco a combattere i mostri. Sarà anche crepuscolare Due spicci, ma un po' di luce tra tutti quei rovi si intravede.











