
"Dov'è la Fiesta?", se il furto d'auto diventa una storia d'amore
Solo a Roma ci si può innamorare in mezzo al traffico. E solo a Roma un furto d’auto può bastare per dare una svolta alla propria vita sentimentale. È la premessa di Dov’è la Fiesta (2026), una commedia sentimentale ambientata ai nostri giorni nella Città Eterna, con protagonisti Francesco Carril (Dieci capodanni (2024), Tre ciotole (2025)) e Linda Caridi (L’ultima notte di Amore (2023), Prima di noi (2026).
Leo (Carril) e Irene (Caridi) si frequentano da tre mesi. Il colpo di fulmine sulla tangenziale li ha fatti incontrare, conoscere, baciare, fare l’amore, divertirsi e quant’altro, ma entrambi non sanno ancora rispondere a una fatidica domanda: “Ma noi due cosa siamo?”. Il Capodanno è alle porte e offre loro un’occasione per chiarirsi in un confronto emotivo che sembra non essere più posticipabile. E invece lo sarà, perché proprio la sera in cui avrebbero dovuto parlare, la nuova macchina di lui scompare improvvisamente sotto casa di lei. Se il babbo di Leo finisce per arrivare furente da Fucecchio per risolvere quel che sembra essere un furto, che da giorni gli ha levato il sonno, i due protagonisti si ritrovano gettati nel caos che solo gli orpelli burocratici sono in grado di regalare, tra poliziotti svogliati e labirinti assicurativi. Ma può la complessità di un viaggio urbano dalle tinte surreali trasformarsi nella soluzione di un problema più esistenziale? In parole povere, nella ricerca dell’auto scomparsa riusciranno Leo e Irene a capire chi sono davvero l’uno per l’altro?
JustWatch ne ha parlato con il regista. Classe 1991, origini fiorentine, Niccolò Gentili si trasferisce a vent’anni a Roma inseguendo quel sogno di lavorare nel cinema, condiviso dai protagonisti che racconta. Per farlo si districa in diversi mestieri e non sembra essere un caso che il suo primo cortometraggio si intitoli proprio Volevo fare u’cinema. Oggi, invece, nelle sale è arrivato il primo lungometraggio, in cui fa anche una “piccola parte”. È inevitabilmente un film sempre un po’ autobiografico e sempre incentrato sul sogno del cinema. Un qualcosa che chi vuole fare davvero questo mestiere non può mai smettere di sognare.
Abbiamo intervistato il regista Niccolò Gentili.

È la sua opera prima. Da dove è arrivata l’ispirazione e perché proprio questa storia?
“L’ispirazione è arrivata da un fatto un autobiografico. Per fortuna, un ladro mi ha rubato la macchina e lo ringrazio perché senza di lui questo film non sarebbe esistito. Non posso che sperare che mi accada qualcos’altro, un furto in casa magari, che potrà darmi una nuova ispirazione (ride)”.
Addirittura?
“È stata Lisa Nur Sultan, la sceneggiatrice, a suggerirmi di fare un film da questa vicenda. Oltre al furto in sé, quello che mi è successo in quei giorni aveva davvero un qualcosa di cinematografico, dagli incontri nei vari commissariati al mio babbo furente, passando per problemi con l’assicurazione. Una piccola tragedia che è finita per diventare un’avventura gioiosa”
Le relazioni sentimentali invece sono “prove di resistenza” paragonabili a intere giornate di traffico in tangenziale?
“A Roma, sicuramente. È una città affascinante, ma anche insidiosa. Raccontiamo con ironia quanto sia complesso trovare nella Capitale un’anima gemella, tantomeno in un momento in cui c’è molta incertezza, in cui per forza di cose è difficile mettere delle fondamenta solide”.
Irene è una sceneggiatrice, ma prevalentemente insegna. Leo è un attore, che da Fucecchio è a Roma non ce la fa, come tanti. Ci sei persino tu, che ti districhi tra comparsate tagliate e cene con la speranza di incontrare Benigni. È difficile diventare “grandi”, in termini di indipendenza economica, facendo il cinema?
“Ho faticato tanto per arrivare a questo film, come tanti ragazzi che conosco, che si sono barcamenati in tanti lavori per raggiungere i propri obiettivi. Ho colto l’occasione per restituire sullo schermo questa fatica”.
“Dimmi che non dovrò mai più passarci”, la battuta di Carrie Fisher in "Harry ti presento Sally…" è la preferita di Irene perché per lei riassume tutto. È davvero così?
“Perché le persone si incaponiscono nelle relazioni? Per non dover passare mai più nel tormento dei primi mesi, quando non ci si conosce, non ci si capisce, e ci si fa più male che bene” ci spiega Irene sul perché Harry ti presento Sally... (1981), con i suoi squarci di onestà, si trovi al vertice delle rom-com. Quei primi mesi rappresentano il momento fertile per cui possono nascere delle incomprensioni, ci si sta infatti ancora annusando. Sono gli stessi in cui ti mostri sempre diverso all’altro, con la tua maschera migliore, perché per conoscere realmente le persone possono servire anche dieci anni. Non a caso la mia scena preferita del film è il flashback in cui vediamo Leo nel suo stato migliore, prima di incontrare e vivere le tante delusioni di Roma, che inevitabilmente hanno finito per “spegnerlo”.
Com’è stato lavorare con Francesco Carril? L’aveva apprezzato in "Dieci Capodanni"?
“Tutto è nato al Festival di Venezia, dove per l’appunto ho avuto modo di vedere in anteprima Dieci Capodanni. Amavo molto il regista, Rodrigo Sorogoyen, reputo il suo As Bestas – La terra della discordia (2022) uno dei film più incredibili degli ultimi anni. Nella serie, di cui vidi soltanto i primi quattro episodi, ho scoperto così un attore straordinario, e parlando con Lisa mi ha suggerito: “Guarda si chiama Francesco, non Francisco. Forse è italiano”. Facendo una ricerca, abbiamo visto che tra le lingue parlate c’era proprio la nostra. La nostra direttrice casting l’ha così contattato e abbiamo scoperto che era metà madrileno e soprattutto metà pisano. Era perfetto, non solo era italiano, addirittura toscano come il mio personaggio. Era un segno del destino”.
Cosa spera che passi con quest’opera prima?
“Volevo fare qualcosa di diverso, una commedia che si ispirasse al cinema che amo di più e con cui sono cresciuto, ovvero quel filone newyorchese alla Woody Allen o alla Nora Ephron. Così come volevo avvicinare determinati attori a questo tipo di commedia, penso a Linda Caridi, che è stata sempre straordinaria. Non posso non dimenticare L’ultima notte di Amore (2023), con quel suo personaggio della moglie di Favino, un po’ particolare, che mi ha fatto capire che ce l’aveva la commedia”.
È importante la verosimiglianza?
“Non sono un amante del grottesco, dunque il mio auspicio è sempre quello di tenere il racconto il più credibile possibile. Contemporaneamente, voglio sempre stare in bilico su quella linea tra il “ci credo” e il “non ci credo”, che se scavallata mi porta in una direzione che non mi piace. Per questo ci sto molto attento, rendendo ad esempio i personaggi il più possibile “normali” affinché gli spettatori possano immedesimarsi con loro”.
Nel suo film non trascura i personaggi secondari
“Mi sono sempre sentito un personaggio secondario, non essendo mai stato il primo, né a scuola o altrove. Quando guardavo i cartoni, la mia attenzione non era sui protagonisti, ma su coloro che gli giravano attorno. Per questo nel film me ne prendo cura, lo reputo anche un modo per ringraziarli per la loro bravura”.
Che dire sul personaggio del Babbo?
“Ci ho messo tanto di mio in questa storia. Il Babbo, interpretato da Sergio Pierattini, è sicuramente l’esempio più calzante, considerato che ho usato letteralmente tutte le note vocali di insulti di mio padre quando aveva scoperto del furto della mia macchina. Proprio lui mi diceva sempre “a Roma te la ruberanno” e non ci ha dormito per tre notti. Tant’è che quando papà lesse la sceneggiatura mi chiamò dicendomi “Niccolò, ma io me la ricordo questa battuta, te l’ho detto quando ero in fila alla Coop”.

Purtroppo, spesso gli sceneggiatori finiscono per essere considerati secondari. Ma qui c’è stata un’eccezione!
“Sono felice di aver rispettato la sceneggiatura, ed è stato proprio grazie a Lisa che è stata al mio fianco per tutta la lavorazione. Durante le riprese era presente praticamente tutti i giorni ed è stato sicuramente un valore aggiunto per il film. Per una serie di motivi non è sempre possibile avere lo sceneggiatore sul set, ma sarebbe fondamentale. Così come lo è stata la possibilità di provare con il cast per due settimane tutto il copione, un’opportunità che la produzione mi ha dato in quanto consapevole che non avrei avuto molto tempo per girarlo (solo cinque settimane). Mi ha permesso di arrivare sul set più sicuro”.
Il suo percorso professionale la lega molto ai cortometraggi, tra quelli che ha girato e i ruoli ricoperti ai festival Alice nella città e a Cortinametraggio. Sono ancora fondamentali per chi oggi sogna di fare il regista?
“Tutti i registi giovani che apprezziamo vengono dai cortometraggi. Penso a Paolo Strippoli, che ha da poco presentato a Venezia L’estranea (2026), a Valerio Vestoso, che sempre al Lido ha portato la serie Peccato (2026) con Emanuela Fanelli. Sono tanti i ragazzi e le ragazze che hanno cominciato con i corti e oggi lavorano stabilmente nell’industria. Si tratta di un linguaggio differente, di un altro modo per raccontare una storia. Per citare il mio amico attore Ignacio Paurici, che ha una piccola parte nel film, mi dice sempre: “Borges non ha mai scritto romanzi, ma sempre racconti. Non per questo si può definire uno scrittore minore”.
Perché il pubblico dovrebbe guardare "Dov’è la Fiesta"?
“Ho realizzato Dov’è la Fiesta? pensando al pubblico. Con simpatia, vorrei essere un regista di “commedie popolari d’autore”, ovvero molto curate sul piano tecnico, dalla recitazione alla fotografia, e al tempo stesso il più accessibile possibile. È una storia in cui una generazione, quella dei trentenni di oggi, può riconoscersi, raccontata con ironia e divertimento, senza sfociare nella volgarità. Per l’appunto, lo reputerei un film gentile. Se uno spettatore è alla ricerca di un’ora e quaranta di leggerezza, non vacua ma profonda, in grado di lasciarti qualcosa, è sicuramente la visione giusta”.
"Dov’è la Fiesta?" è davvero la commedia gentile di cui avevamo bisogno?
Settembre è un bel mese per il cinema italiano. Sono tante le uscite, la maggior parte provenienti dalla Mostra del Cinema di Venezia, da I figli della scimmia (2026), il duplice premiato della sezione Orizzonti, a Serpenti (2026) di Roberto De Paolis. Proprio con quest’ultimo film, sceneggiato dai fratelli D’Innocenzo e interpretato da Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino, Dov’è la Fiesta? ne condivide l’odissea burocratica vissuta dal protagonista, seppur con toni e risvolti differenti. Perché se il primo raccontava di un uomo che cercava disperatamente di farsi arrestare dopo aver confessato l’omicidio della moglie, e che dunque “volontariamente” finiva per incasellarsi in questa macchina burocratica, nell’opera prima di Gentili, invece, il nostro Leo ci si ritrova “involontariamente” perché banalmente gli hanno rubato la sua nuova Fiesta. Entrambi si rivolgono alle autorità, uno per espiare una terribile colpa e l’altro per trovare una soluzione al furto subito, costatandone la lentezza e l’inefficacia.
Dov’è la Fiesta? arriva così al momento giusto. Esce infatti nel mese dei grandi progetti, delle grandi promesse che si tendono a fare una volta superata l’estate. Il caldo afoso che ci ha asfissiato fino all’ultimo lascia così spazio a un film delizioso, o meglio a una commedia gentile come ci suggerisce il regista, che vuole ricordarci che le cose belle possono arrivare nel momento più inaspettato, e che se devono possono farlo persino superando qualsiasi incertezza che la nostra generazione è costretta a combattere quotidianamente, tra precarietà e l’eterna ricerca dell’anima gemella. Due aspetti apparentemente distanti, ma spesso strettamente correlati.
Quell’ora e quaranta vola. Ci sa far divertire, ci lascia un sorriso e più di un pensiero. Possiamo immedesimarci nelle conseguenze di quella burocrazia che ci accompagna quotidianamente, che stavolta prende anche una piega sentimentale. Perché proprio quel caos provocato dalla scomparsa dell’auto si rivela uno specchio per Leo e Irene, chiamati a interrogarsi sul grande quesito che sempre di più accompagna delle coppie ai primi mesi di frequentazione: ma noi due cosa siamo? Per la risposta, accorrete al cinema. Comunque andrà, sarà un successo.







