Otto documentari sugli stilisti da guardare se hai amato gli outfit de “Il Diavolo veste Prada 2”

Otto documentari sugli stilisti da guardare se hai amato gli outfit de “Il Diavolo veste Prada 2”

Gabriella Giliberti
Gabriella Giliberti

Pubblicato il 14 maggio 2026

Aggiornato il 14 maggio 2026

Quando un film parla di moda, di atelier e riviste, di un mondo non certo di fantasia ma molto radicato nella nostra stessa società, allora sfondare la quarta parte diventa pressoché inevitabile. È un po’ quello che accade ne Il Diavolo veste Prada 2  (2026), nella scena in cui Emily (Emily Blunt) pranza con Donatella Versace, nei panni di se stessa, a chiudere finalmente quel cerchio che il primo film aveva aperto vent'anni fa con la battuta più citata della saga, quella sul jet da farsi prestare. Poco prima abbiamo visto Marc Jacobs lavorare a una collezione vera dentro una storia finta, e poco dopo Brunello Cucinelli accogliere Miranda Priestly come se fosse una giornalista qualunque, e Dolce e Gabbana presentarsi alla loro stessa sfilata Spring Summer 2026.

Il sequel di David Frankel costruisce un dispositivo curioso, una passerella dentro la passerella in cui gli stilisti reali entrano a recitare se stessi dentro la mitologia di Runway, e Runway in cambio li consacra una seconda volta, restituendoli al pubblico come personaggi della propria leggenda.

Il “problema”, se sei una persona che ha amato gli outfit di questo film, è che dopo i titoli di coda resta una fame che il film stesso non può saziare. Perché Il Diavolo veste Prada 2 ti mostra la moda come spettacolo, come potere, come arredamento del desiderio, ma quasi mai come lavoro. Gli abiti arrivano già finiti, le sfilate sono già montate, gli stilisti compaiono e scompaiono nel giro di una battuta. Per capire da dove vengono davvero certi codici visivi, per vedere le mani che cuciono, le ossessioni che si trasformano in collezioni, le vite che pagano il prezzo del mito, bisogna uscire dalla finzione ed entrare nei documentari. Quelli che seguono, pertanto, sono otto documentari sugli stilisti che fanno proprio questo, in otto modi diversi, e che possono diventare la prosecuzione naturale di una serata cominciata al cinema con Miranda Priestly.

Se devi cominciare da un solo titolo, comincia da qui. Più che un documentario celebrativo, Alexander McQueen - Il genio della moda è un'autopsia in cinque atti, costruita come le cinque collezioni che hanno segnato la traiettoria di Alexander “Lee”  McQueen, dai sacchi mortuari di Highland Rape fino allo Sciamano postumo di Plato's Atlantis.

I registi Bonhôte ed Ettedgui hanno avuto accesso ai filmati di famiglia, ai backstage, alle confessioni dei collaboratori più vicini, e quello che emerge è il ritratto di un ragazzo di Stratford che ha portato dentro l'alta moda parigina una violenza simbolica che la moda non aveva mai osato. C'è il talento mostruoso, certo, ma c'è anche la solitudine di chi costruisce armature per gli altri e non riesce più a togliersi la propria.

Per chi, dopo aver visto Il Diavolo veste Prada 2, ha avuto la sensazione che dietro la patina ci sia sempre un sacrificio, questo è il documentario che lo conferma senza filtri.

02

Dior & I
Dior & I

Dior & I

2015

Dior and I è il film che Andy Sachs avrebbe dovuto vedere prima del suo primo giorno a Runway. Tcheng segue Raf Simons nelle otto settimane impossibili che precedono la sua prima collezione di haute couture per Dior, e la macchina da presa entra dentro gli atelier in cui le premières e le sarte trasformano i bozzetti in oggetti reali.

La fantasia patinata che Il Diavolo veste Prada 2 vende, quella dell'abito che esiste perché qualcuno lo ha immaginato, qui si rovescia nella sua verità più operaia, l'abito esiste perché qualcuno lo ha cucito a mano per ottanta ore senza dormire. Simons piange, dubita, si commuove davanti a un drappeggio, e intanto i fantasmi di Christian Dior aleggiano sui corridoi dell'avenue Montaigne come una presenza mai del tutto sepolta.

Se cercate un documentario intimo, viscerale ma comunque dalle sfumature felici, sul mondo della moda, questo risponde a tutti i requisiti.

03

Halston

2019

Tcheng torna dietro la macchina da presa ma questa volta con un documentario che è l'opposto del documentario precedente. Se Dior and I racconta una nascita, Halston racconta un annientamento.

Roy Halston Frowick fu lo stilista che inventò l'idea contemporanea di brand come entità autonoma rispetto al suo creatore, e fu anche il primo a esserne mangiato. Il documentario ricostruisce gli anni Settanta dello Studio 54, l'amicizia con Liza Minnelli, l'ascesa fulminea e poi la vendita del marchio che lo trasformò in dipendente di se stesso, fino a togliergli persino il diritto di firmare un vestito col proprio nome. Per chi con Il Diavolo veste Prada 2 si è chiesto cosa significhi davvero, oggi, possedere un nome di moda, Halston offre la risposta più dolorosa.

Sulla stessa scia, vi consigliamo anche la serie TV Halston (2021) dove troviamo Ewan McGregor nei panni del celebre stilista.

Halston non è disponibile per lo streaming.
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04

L'amour fou
L'amour fou

L'amour fou

2010

Uno degli stilisti che più ha trovato al cinema è Yves Sain Laurent, ma il regista Thoretton in Yves Saint Laurent: L'Amour Fou sceglie di raccontarlo da una prospettiva insolita, ovvero attraverso Pierre Bergé, il compagno di una vita e l'uomo che gli sopravvive.

Il documentario si apre sulla vendita all'asta della loro collezione d'arte privata, e da quella dispersione fisica di oggetti comincia un viaggio a ritroso dentro una storia d'amore, di nevrosi, di dipendenze e di genio puro. Saint Laurent appare in archivio come un fantasma elegantissimo, sempre sul ciglio del crollo, e Bergé lo racconta con una lucidità senza sentimentalismo che rende il documentario molto più di un omaggio.

Se Il Diavolo veste Prada 2 vi ha fatto pensare che, in fondo, dietro ogni grande maison c'è sempre, da qualche parte, una coppia che ha tenuto in piedi tutto.

L'amour fou non è disponibile per lo streaming.
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E qui il tono cambia! Vivienne Westwood non si lasciava docilmente raccontare, e infatti prese pubblicamente le distanze da questo documentario. Eppure il film di Lorna Tucker Westwood: Punk, Icon, Activist, resta il modo migliore per capire come una “sartina autodidatta” abbia inventato l'estetica del punk insieme a Malcolm McLaren e poi sia diventata una delle voci più scomode dell'attivismo climatico contemporaneo.

Westwood usava le passerelle come piattaforme politiche, e in un'epoca in cui la moda si è abituata a confondere il marketing con la militanza, riscoprire la sua intransigenza ha qualcosa di salutare – e forse anche di salvifico.

Se guardando Il Diavolo veste Prada 2 vi è un po’ rimasto addosso il sospetto che il sistema sia ormai impossibile da scalfire dall'interno, il documentario su Vivienne Westwood mostra una creativa che ci ha provato per cinquant'anni a smantellarlo.

Da un personaggio scomodo come Vivienne Westwood, passiamo ad un personaggio scomodissimo: John Galliano.

Il Premio Oscar Kevin Macdonald accetta di sedersi davanti a John Galliano dopo lo scandalo del 2011, quando lo stilista – uno dei nomi di maggior successo della moda anni ‘90 –  venne licenziato da Dior per le frasi antisemite e razziste pronunciate in un bar di Parigi, e costruisce un film che non assolve, non condanna, non chiude.

High and Low: John Galliano ricostruisce invece, con un montaggio rigoroso, la traiettoria di un genio del taglio sartoriale entrato in collisione con l'alcol, con la dipendenza, con un sistema che lo aveva trasformato in macchina produttiva fino a spaccarlo. 

Questo documentario è un po’ il risvolto della medaglia che sì, esiste anche nel campo della moda. E no, non è “semplicemente” avere un capo intransigente e incontentabile come ne Il Diavolo veste Prada 2, ma è proprio la parte più umana e brutale, quella che spesso accade a chi si lascia corrompere dal troppo potere illudendosi di essere intoccabile e poter fare – e dire – tutto ciò che gli passa per la testa.

High & Low – John Galliano non è disponibile per lo streaming.
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Tutta la lista ha parlato finora di stilisti che sono diventati volto, marchio, mito. Martin Margiela ha fatto esattamente il contrario, costruendo una carriera leggendaria rifiutando di farsi fotografare, di concedere interviste, di firmare le proprie creazioni se non con un'etichetta bianca cucita con quattro punti. Ma Reiner Holzemer riesce in un piccolo miracolo, ovvero ottiene la voce di Margiela che racconta, in prima persona, sopra immagini di mani che lavorano, di archivi, di sfilate epocali, il senso di un'opera che ha messo in discussione l'idea stessa di autore nella moda. Non a caso il documentario si chiama proprio 

Martin Margiela: con le sue stesse parole, il controcanto perfetto a tutto Il Diavolo veste Prada 2, perché racconta l'unico stilista contemporaneo che mai e poi mai avrebbe accettato di apparire in un cameo.

Si chiude con una scarpa, che sono letteralmente locandina nel primo Il Diavolo veste Prada (2006).

Michael Roberts con il documentario Manolo: The Boy Who Made Shoes for Lizards costruisce un ritratto leggero, divertente, deliberatamente eccentrico di Manolo Blahnik, raccontandolo come un personaggio quasi letterario, un dandy delle Canarie che ha trasformato l'arte di disegnare scarpe in una vocazione assoluta.

Nel documentario compaiono Anna Wintour, Rihanna, Paloma Picasso, Iman, in un coro di voci che restituiscono Blahnik come uno degli ultimi creativi rimasti felici dentro un sistema che ha consumato quasi tutti gli altri.

Dal nostro punto di vista, il documentario perfetto con cui chiudere la serata senza amarezza, ricordandosi che, sotto tutto il discorso sul potere e sul sacrificio, la moda è anche, ancora, il piacere di un oggetto fatto bene. E se siete degli amanti di Carrie Bradshaw in Sex and the City (1998–2003), dovreste saperlo!

Manolo: The Boy Who Made Shoes for Lizards non è disponibile per lo streaming.
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Informazioni su questa lista

Titoli

8

Costo totale di visione

13,96 €

Durata totale

12h 57min

Generi

Documentario, Di produzione europea, Storia

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