
Quanto è realistico “Il diavolo veste Prada”? I 10 migliori documentari sul mondo della moda
Il 29 aprile 2026 esce nei cinema italiani Il diavolo veste Prada 2, il sequel che riporta sullo schermo Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci vent'anni dopo il film che nel 2006 aveva trasformato Miranda Priestly nell'icona pop più citata del mondo della moda, o almeno di quella raccontata sul grande schermo.
Nel nuovo capitolo, girato tra New York e Milano, Miranda deve fare i conti con la crisi della carta stampata e del lusso tradizionale, mentre Andy Sachs è diventata un'editor di successo ed Emily Charlton guida un'importante azienda di moda. Il film, diretto ancora da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, promette di aggiornare il ritratto dell'industria della moda al 2026, con social media, fast fashion e influencer al posto delle telefonate terrorizzanti e dei ceroni bianchi.
Ma quanto era realistico il primo Il diavolo veste Prada (2006)? Chi ha visto i documentari che raccontano il mondo della moda dall'interno sa che la risposta è: parecchio. Il personaggio di Miranda Priestly, ispirato notoriamente alla direttrice di Vogue America Anna Wintour, si muove in un universo di pressioni, gerarchie spietate, standard estetici impossibili e genio creativo autentico che i documentari hanno esplorato in modo molto più diretto e dettagliato. Ecco dieci documentari che raccontano il mondo della moda da angolazioni diverse, dal ritratto intimo di un singolo designer alla denuncia sociale del fast fashion, passando per il lavoro invisibile delle sarte e il potere delle supermodel.
Il primo grande documentario dietro le quinte della moda, e ancora oggi uno dei più divertenti. Unzipped (Sbottonate, nella traduzione italiana) segue il designer americano Isaac Mizrahi nei mesi di preparazione della sua collezione autunno/inverno 1994, dalla ricerca dell'ispirazione (che arriva, tra le altre cose, dal film Nanuk l'eschimese di Robert Flaherty e dalle pellicce degli Inuit) fino alla sfilata finale. Douglas Keeve, che all'epoca era il compagno di Mizrahi, filma tutto in bianco e nero con una camera a mano che dà al documentario un'aria da cinéma vérité, e il risultato è un ritratto che riesce a essere contemporaneamente affettuoso e onesto.
La forza di Unzipped sta nella personalità di Mizrahi, che sembra nato per stare davanti a una telecamera: spiritoso, nevrotico, autoironico, capace di passare dall'entusiasmo al panico nel giro di una telefonata. Il documentario mostra il processo creativo senza mistificarlo, con le prove che non funzionano, i tessuti che arrivano sbagliati, le modelle che non si presentano, e una sfilata finale che potrebbe essere un trionfo o un disastro fino all'ultimo minuto. Consigliato a chi vuole vedere come nasce davvero una collezione di moda prima dell'era dei social media, quando tutto si giocava in passerella e nelle prime file.
Matt Tyrnauer, giornalista di Vanity Fair, ha avuto accesso per due anni alla vita privata e professionale di Valentino Garavani nei mesi che precedono il suo ritiro nel 2007, dopo quasi mezzo secolo di haute couture. Il risultato è il ritratto più intimo mai realizzato di un grande designer italiano, e anche uno dei più sorprendenti, perché Valentino emerge come un personaggio molto più complesso e umano di quanto la sua immagine pubblica lasciasse intendere. Le scene nella villa di Capri, con gli otto carlini che viaggiano in jet privato, il rapporto con il socio e compagno di una vita Giancarlo Giammetti, e la tensione crescente con il gruppo Permira che ha acquisito il marchio, costruiscono un documentario che è insieme una storia d'amore, un ritratto di potere e un requiem per un'epoca della moda che stava finendo.
In The Last Emperor Valentino prepara la sua ultima sfilata sapendo che è l'ultima, e questa consapevolezza dà a ogni scena un peso emotivo che il documentario non ha bisogno di sottolineare. Il momento in cui Giammetti, uomo d'affari lucido e pragmatico, si commuove parlando della fine di un'era è uno dei più toccanti visti in un documentario sulla moda. Fondamentale per chi vuole sbirciare dietro le quinte dell’alta moda (quella vera) e conoscere la vita (quella verissima) uno dei più grandi stilisti italiani di sempre.
Se c'è un documentario che risponde direttamente alla domanda "quanto è realistico Il diavolo veste Prada?", è proprio The September Issue. R.J. Cutler segue Anna Wintour e la redazione di Vogue America durante la preparazione del numero di settembre 2007, il più importante dell'anno (e il più pesante della storia della rivista, quasi due chili di carta). Lo spettatore entra negli uffici di Condé Nast e vede da vicino quello che il film di David Frankel aveva romanzato: le riunioni in cui Wintour decide in tre secondi cosa funziona e cosa no, le gerarchie feroci, il terrore reverenziale dello staff, e un livello di perfezionismo che rasenta l'ossessione.
La vera scoperta del documentario non è Wintour (che emerge come una professionista formidabile ma anche più sfumata della caricatura di Miranda Priestly) ma Grace Coddington, la direttrice creativa di Vogue, una donna con i capelli rossi e il temperamento di chi ha passato quarant'anni a combattere in prima linea, anzi, in prima fila alle sfilate. Il rapporto tra Wintour e Coddington, fatto di rispetto reciproco e scontri quotidiani su ogni singola pagina, è il cuore del documentario e la ragione per cui funziona anche per chi non ha nessun interesse per la moda. Visione obbligatoria prima di andare a vedere Il diavolo veste Prada 2.
Bill Cunningham è stato per decenni il fotografo street-style del New York Times, un signore in giacca blu e bicicletta Schwinn che girava Manhattan da un capo all'altro fotografando quello che la gente indossava per strada e ai galà di beneficenza. Il documentario di Richard Press lo segue nella sua routine quotidiana, e quello che emerge è il ritratto di un uomo che ha dedicato la vita intera a una sola cosa (guardare come si vestono le persone) con una purezza di intenti che il mondo della moda, nella sua frenesia commerciale, ha quasi dimenticato.
Cunningham viveva in un monolocale minuscolo alla Carnegie Hall, dormiva su un letto di fortuna circondato da schedari pieni di negativi, non accettava inviti a cena per non essere influenzato, e rifiutava qualunque forma di celebrità personale. "We all get dressed for Bill", dice Anna Wintour nel documentario, ed è una frase che dice tutto sul paradosso di quest'uomo: il più potente osservatore della moda newyorkese era anche il meno interessato al potere. Cunningham è morto nel 2016 a ottantasette anni, e questo documentario resta il suo ritratto più completo. Da vedere per chi cerca una storia sulla passione autentica per il proprio lavoro, e per chi vuole scoprire un vero artista della fotografia contemporanea.
Otto settimane. Tanto ha avuto Raf Simons per preparare la sua prima collezione di haute couture come direttore creativo di Dior nel 2012, cinquantacinque anni dopo la morte di Christian Dior. Il documentario di Frédéric Tcheng segue quelle otto settimane giorno per giorno, dalla prima riunione con le petites mains (le sarte dell'atelier, alcune delle quali lavorano per la maison da decenni) fino alla sfilata finale, e costruisce un racconto di tensione crescente che funziona come un thriller.
La cosa più bella di Dior and I è lo sguardo sulle sarte. Simons arriva dal menswear, non ha mai lavorato nell'haute couture, e deve conquistare la fiducia di donne che hanno cucito per Galliano e per Saint Laurent. Il modo in cui le petites mains traducono i mood board di Simons (le stampe di Sterling Ruby, i fiori, i riferimenti all'arte contemporanea) in abiti reali è il cuore del documentario, e restituisce la dimensione artigianale della moda che i giornali e i social media non mostrano quasi mai. Consigliato a chi vuole capire cosa succede davvero in un atelier di haute couture, lontano dalle passerelle e dai fotografi, questo è il titolo perfetto per capire il lavoro duro, artigianale, che c’è dietro le grandi collezioni.
L'unico documentario di questa lista che non racconta il glamour ma il prezzo che qualcuno paga per il glamour degli altri. Andrew Morgan parte dal crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013 (millecentotrentaquattro morti, quasi tutti operai tessili) e costruisce un'inchiesta sul fast fashion che è insieme un atto d'accusa e un reportage giornalisticamente impeccabile. Il documentario intervista lavoratori tessili in Bangladesh, India e Cambogia, ma anche designer, attivisti, economisti e giornalisti di moda, e il quadro che emerge è quello di un'industria che produce vestiti a un ritmo insostenibile, a costi umani e ambientali che il consumatore finale non vede, o non vuole vedere.
The True Cost non è un documentario facile, anzi, alcune delle immagini (le condizioni di lavoro nelle fabbriche, l'inquinamento dei fiumi, i campi di cotone trattati con pesticidi) colpiscono forte, molto forte. Ma non è nemmeno un documentario moralista: Morgan non dice allo spettatore di smettere di comprare vestiti, ma di sapere cosa sta comprando. In un momento in cui Il diavolo veste Prada 2 affronta il tema del fast fashion come minaccia al lusso tradizionale, The True Cost offre la prospettiva opposta, quella di chi quei vestiti a basso costo li produce, mostrando quello che si nasconde dietro il cartellino di una t-shirt.
Vivienne Westwood ha inventato il punk (o, almeno, lo ha vestito), ha portato la moda dalla strada alla passerella e dalla passerella alla strada, ha fatto sfilare modelle scalze e con i tacchi altissimi contemporaneamente, e negli ultimi decenni della sua vita ha trasformato la propria notorietà in una piattaforma per l'attivismo ambientale e sociale. Il documentario di Lorna Tucker la segue nei suoi ultimi anni di attività, alternando immagini d'archivio degli anni Settanta e Ottanta (le vetrine di Sex e Seditionaries a King's Road, i Sex Pistols, il rapporto con Malcolm McLaren) con il presente di una donna di settant'anni che non ha perso un grammo di energia combattiva.
La cosa che colpisce di Westwood nel documentario è che non recita mai. Quando dice ai documentaristi "just get it over with" (sbrigatevi a finire), non sta facendo la punk, è davvero così. Quando si presenta a una manifestazione ambientalista, non è un gesto calcolato. Westwood è morta nel 2022 a ottantuno anni, e questo documentario resta uno dei ritratti più autentici di una donna che ha cambiato la moda e la cultura pop, ma senza mai prenderla troppo sul serio. Consigliato a chi vuole scoprire la donna dietro l’icona, e per chi crede che moda e impegno sociale non possano stare nella stessa frase.
Alexander McQueen, il ragazzo prodigio della East London che a ventisette anni è diventato direttore creativo di Givenchy e che si è tolto la vita nel 2010 a quarant'anni, è il soggetto perfetto per un documentario, e Ian Bonhôte e Peter Ettedgui lo trattano con il rispetto che merita. Il film è costruito in cinque atti, ognuno intitolato come una collezione di McQueen, e alterna interviste inedite ai familiari e ai collaboratori più stretti con materiale d'archivio delle sfilate, alcune delle quali restano tra le più impressionanti della storia della moda (il vestito bianco dipinto dai robot a fine passerella nella collezione primavera/estate 1999, la sfilata Highland Rape che scandalizzò la critica nel 1995).
Il documentario non nasconde il lato oscuro della storia (la depressione, la dipendenza, il rapporto difficile con la fama), ma non lo spettacolarizza, e questo equilibrio è la sua forza maggiore. McQueen credeva che un vestito dovesse "repulse or exhilarate" (respingere o esaltare), e le sue sfilate erano costruite per provocare reazioni fisiche nel pubblico. Il documentario riesce a trasmettere quell'energia anche a chi ha sempre evitato la Fashion Week come la peste. Consigliato a chi cerca un documentario sulla moda che sia anche un ritratto umano potente e profondo.
Il documentario più scomodo di questa lista, e forse il più necessario. Kevin Macdonald (regista premio Oscar per Un giorno a settembre, 1999) ricostruisce l'intera carriera di John Galliano, dal ragazzo di Streatham, nel sud di Londra, che studia al Central Saint Martins e reinventa il concetto di sfilata come spettacolo teatrale, al direttore creativo di Dior che nel 2011 viene filmato mentre pronuncia insulti antisemiti in un bar di Parigi, perde tutto in una notte, e poi prova a ricostruirsi una vita e una carriera.
High & Low non prende scorciatoie retoriche, al contrario, dà spazio alla voce di Galliano (che parla con una vulnerabilità sorprendente), ma anche a quella di chi è stato ferito dalle sue parole, senza mai cercare di giustificare quello che è successo. La domanda che il film pone non è "Galliano merita il perdono?" ma "cosa facciamo con il talento di qualcuno che ha fatto qualcosa di imperdonabile?", e il fatto di non dare una risposta netta è la scelta più coraggiosa e rigorosa del documentario. Galliano, oggi direttore creativo di Maison Margiela, appare come un uomo che ha attraversato il fondo e non è sicuro di esserne davvero uscito. Da vedere per chi vuole confrontarsi con il lato più complesso e meno instagrammabile del mondo della moda.
La docuserie in quattro episodi che riunisce per la prima volta Naomi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista e Christy Turlington, le quattro donne che negli anni Ottanta e Novanta hanno trasformato la professione di modella da lavoro anonimo a fenomeno culturale globale. Le quattro si ritrovano per la prima volta insieme, a cinquant'anni passati, e ripercorrono le loro carriere dalla scoperta adolescenziale alle copertine di tutte le riviste del mondo, passando per il videoclip di George Michael (Freedom! '90) che le ha consacrate come icone pop, le battaglie per i compensi, il razzismo che Naomi Campbell ha dovuto affrontare come unica modella nera del gruppo, e il rapporto con un'industria che le ha rese famose e che poi le ha sostituite.
La forza della docuserie sta nel fatto che le quattro donne producono il progetto in prima persona e parlano con una libertà che le interviste dei giornali di moda non hanno mai concesso. Linda Evangelista, che nel 2021 ha rivelato pubblicamente di aver subito danni permanenti da un trattamento estetico, appare nel documentario con una serenità che è forse il momento più coraggioso e potente della serie. The Super Models funziona anche per chi non ha nessun interesse per il mondo delle sfilate, perché è prima di tutto il ritratto di un’era, ma raccontata attraverso storie di amicizia, potere e sopravvivenza.




































