“Dio ride”, Giovanni Veronesi: “La comicità fa paura al potere. La fede in noi stessi ci rende veri”

“Dio ride”, Giovanni Veronesi: “La comicità fa paura al potere. La fede in noi stessi ci rende veri”

Pubblicato il14 settembre 2026

Aggiornato il14 settembre 2026

Add us on

“Venire invitati al Festival di Venezia col tuo film, è una gioia simile a quando ritiri le analisi e non c'è nemmeno un asterisco. È tutto perfetto”. Con il suo proverbiale umorismo, Giovanni Veronesi cristallizza così l'emozione di aver presentato il suo Dio ride alla Mostra del Cinema 2026 come titolo di chiusura. Una storia liberamente ispirata a fatti realmente avvenuti scritta dal regista insieme a Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola con la collaborazione di Paolo Portone e Jean Jacques Ilunga.

La pellicola – nelle nostre sale dal 29 ottobre – vede protagonista Pierfrancesco Favino nei panni di Frate Leopoldo da Casamacchia. Un religioso del '600 che parla con Dio e di Dio in modo semplice, allegro e diretto. Qualcosa di molto diverso dall'approccio della Chiesa che predica in latino e guida i fedeli con severità e distanza, mettendosi sempre sul pulpito. Quando il suo messaggio si diffonde tra i villaggi toscani, la notizia giunge fino a Roma. Per arginarlo e far tornare le persone in Chiesa, il Papa invia il cardinale Maculani (Silvio Orlando) sulle sue tracce per fermarlo. Ma l'incontro tra i due si trasforma in un confronto che porta l'inquisitore a rivedere le sue posizioni.

Uno sguardo laico

dio ride

Un racconto che parla del prezzo altissimo da pagare in nome della libertà e del rapporto tra uomo e potere attraverso la storia di un frate che, con la forza della sua umanità, cambia la vita delle persone che incontra. Un titolo che porta Veronesi a confrontarsi con la sfera religiosa, ma con sguardo laico, a distanza di oltre 30 anni da Per amore, solo per amore (1993) in cui portava in scena il racconto più antico del mondo: l'incontro tra Maria e Giuseppe e la nascita di Gesù. “Mi sono avvicinato sempre ai temi religiosi con grande terrore essendo un toscano miscredente, quasi scomunicato in partenza”, confessa il regista.

“Questo perché mi affascina molto il mondo di un potere che io non vedo e non conosco. Un mondo così difficile da capire come quello religioso, dove bisogna avere la fede per credere. Un elemento che è un po' un ponte che lega questi due titoli: la fede nell'amore nel primo e quella in se stessi nel secondo. Il personaggio di Leopoldo è proprio questo. Il cercare di dimostrare che, credendo in se stessi e nel prossimo, si può raggiungere uno scopo: quello di essere onesti, di essere veri”.

Una storia del '600 con echi nel nostro presente

dio ride

Come sempre il cinema ha l'inarrestabile forza di parlare del mondo che ci circonda anche attraverso una vicenda ambientata secoli prima e apparentemente lontanissima da noi. “Mi interessava molto il rapporto con l'oggi. Sarebbe importante che le nuove generazioni dicessero 'No' a certe imposizioni del potere. Fratello Poldo lo dice in un secolo in cui i 'no' venivano bruciati sul rogo”, riflette Veronesi.

“Se oggi un leader politico dicesse al suo popolo di andare in guerra e la gente semplicemente si negasse, le guerre non ci sarebbero. Se i soldati si rifiutassero, in Ucraina non ci sarebbe un conflitto. Un medico di Emergency mi ha raccontato di aver curato in due letti vicini un russo e un ucraino entrambi mutilati, pensando a quanto sia stupido tutto questo: bastava dire 'No'. Nasconderci nel 1600 ci è servito per dare un messaggio forte di rifiuto all'imposizione”.

Tra citazioni cinematografiche e giullari

il sorpasso

Girato in “una Toscana molto dura, aspra, però altrettanto bella”, Dio ride rimanda a un cinema italiano del passato. Quello di grandi interpreti – nel cast anche Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi, Alma Noce e Carlo Cecchi - capace di arrivare a tutti. Popolare nell'accezione più nobile del termine e che si ispira a pellicole che hanno fatto grande la nostra storia. “I film sono quelli della grande tradizione della commedia all'italiana, dove quasi sempre i protagonisti morivano: penso a La grande guerra (1959), Il sorpasso (962), Una vita difficile (1961)”, dichiara il regista. “E poi Il nome della rosa, che è un'ispirazione fondamentale: lì si parla di Aristotele e di una comicità che viene bruciata dal cristianesimo, perché fa paura al potere”.

Al centro il lavoro di un Pierfrancesco Favino a suo agio in qualsiasi genere e con qualsiasi dialetto. “Il lavoro è stato fatto sul linguaggio e sulla veridicità storica di cosa volesse dire essere un frate cappuccino all'epoca. Ci sono rimandi all'attore che ha fatto più ricerche in questo senso, Dario Fo, pur sapendo che noi non dovevamo scimmiottarlo”, racconta Favino. “L'idea era cercare la figura del giullare, che non è il comico, non è la commedia dell'arte, non è il clown, ma una cosa diversa, tipicamente italiana, con la sua modalità di racconto. All'inizio - prosegue - lo immaginavamo un po' più scoppiettante, ma il rapporto con la fede di quest'uomo ha preso una dimensione meno grottesca. Sono estremamente grato a Giovanni per avermi dato la possibilità di far sorridere ed emozionare nello stesso film: è una cosa rara. Nella mia memoria, Fratello Poldo rimarrà uno dei personaggi più importanti”.