
I 10 migliori ruoli di Diego Abatantuono
Diego Abatantuono è uno di quegli attori che hanno accompagnato l'evoluzione del cinema italiano degli ultimi quarant'anni, reinventandosi più volte senza mai perdere la propria riconoscibilità. Nato a Milano nel 1955 da padre pugliese e madre comasca, è cresciuto nel quartiere delle Case Minime respirando l'aria del Derby Club, il leggendario locale di cabaret gestito dagli zii dove la madre lavorava da guardarobiera.
Da lì sono passati Enzo Jannacci, Beppe Viola, Massimo Boldi, Giorgio Faletti, e il giovane Diego li ha osservati tutti prima di salire lui stesso su quel palco. Negli anni Ottanta si è imposto come il "terrunciello", l'immigrato meridionale a Milano con la sua parlata improbabile e i suoi sogni sbilenchi. Era un personaggio che fotografava un'Italia in trasformazione, le migrazioni interne, le periferie urbane che si mescolavano. Poi, quando sembrava destinato a restare intrappolato in quella maschera, ha fatto la cosa più difficile per un comico di successo: ha deciso di cambiare. L'incontro con Pupi Avati prima e con Gabriele Salvatores poi gli ha permesso di mostrare un registro diverso, più malinconico e stratificato.
Nel corso degli anni ha collezionato tre Nastri d'Argento come attore protagonista e non protagonista e, nel 2021, ha ricevuto il David di Donatello speciale alla carriera. Ha attraversato il cinema d'autore e la commedia popolare, i road movie e i cinepanettoni, i thriller e le fiction televisive. Scegliere dieci ruoli in una filmografia così vasta significa inevitabilmente fare dei sacrifici, ma abbiamo provato a individuare le interpretazioni che raccontano le diverse facce di un attore che non ha mai smesso di sorprenderci. Ecco i nostri dieci, in ordine cronologico.
“Eccezzziunale... veramente” (1982) - Donato / Franco / Tirzan
Eccezzziunale... veramente è il film che ha consacrato il personaggio del “terrunciello” e ha trasformato Abatantuono da cabarettista milanese a fenomeno nazionale. Diretto da Carlo Vanzina, il film racconta le vicende parallele di tre tifosi di calcio, tutti interpretati da Diego: Donato Cavallo, il milanista capo degli ultrà; Franco Alfano, l'interista scommettitore; e Felice La Pezza detto Tirzan, il camionista pugliese juventino. Tre maschere comiche che parlano la stessa lingua sgrammaticata e appassionata, tre variazioni su un tema che Abatantuono padroneggiava già perfettamente grazie agli anni di cabaret. Il film nasceva in un'Italia che stava uscendo dagli anni di piombo e voleva ridere, e Abatantuono le offriva uno specchio deformante in cui riconoscersi. La parlata milanese-pugliese, gli sfondoni linguistici, le battute improvvisate sul set sono diventate tormentoni che ancora oggi vengono citati. Il successo fu enorme, tanto da generare un sequel ventiquattro anni dopo (Eccezzziunale... veramente: Capitolo Secondo… Me, 2006), ma la freschezza dell'originale resta ineguagliata, tanto che ad oggi rimane documento su un certo modo di essere italiani, raccontato attraverso la passione più viscerale del nostro paese, il calcio. Consigliato a chi vuole capire da dove viene la comicità di Abatantuono e a chi ricorda con nostalgia un certo cinema italiano degli anni Ottanta. In questa lista perché senza questo film non ci sarebbe stata la carriera che è seguita.
“Attila flagello di Dio” (1982) - Attila
Attila flagello di Dio di Castellano e Pipolo uscì nello stesso anno di Eccezzziunale... veramente, ma il destino dei due film fu opposto. Il primo fu un successo clamoroso, il secondo un flop commerciale che venne stroncato dalla critica. Eppure, con il passare degli anni, Attila è diventato un cult del cinema trash italiano, una di quelle pellicole che si citano tra appassionati e che hanno generato legioni di fan tardivi. Abatantuono interpreta Ardarico, capo di una tribù di barbari nelle campagne dell'attuale Segrate, che decide di cambiare nome in Attila dopo aver ascoltato una profezia e parte alla conquista di Roma con una decina di uomini scalcinati. Il film è pieno di nonsense, battute demenziali e invenzioni linguistiche che all'epoca sembrarono “troppo” per il pubblico. Qui Abatantuono spinge il pedale dell'assurdo fino in fondo, portando il “terrunciello” nel V secolo dopo Cristo. Un film non capito, forse recepito come un po’ troppo “cheap” in un’epoca in cui il cinema italiano, soprattutto la comicità di un certo tipo, stava per scoprire il cinepanettone e i suoi lustrini. Consigliato esclusivamente a chi apprezza l'umorismo demenziale e vuole riscoprire alcune battute diventate leggenda del repertorio di Abatantuono.
“Regalo di Natale” (1986) - Franco Mattioli
Regalo di Natale segna la prima grande svolta nella carriera di Abatantuono. Pupi Avati lo chiama per interpretare Franco Mattioli, proprietario di un cinema milanese sull'orlo del fallimento, uno dei quattro amici che si ritrovano la notte di Natale per una partita a poker in una villa bolognese. È il primo ruolo drammatico dell'attore, e la sorpresa fu enorme per chi lo aveva già inquadrato solo come una maschera comica, solo smorfie e battute demenziali. Il film è un dramma corale costruito attorno a un tavolo da gioco, dove le carte diventano metafora dei rapporti umani, dei tradimenti, delle menzogne che si accumulano in una vita. Avati racconta l'amicizia come un campo minato, e Abatantuono costruisce un personaggio complesso, un uomo disperato che cerca di nascondere la propria rovina dietro una facciata di sicurezza. Il poker diventa il momento della verità, il luogo dove le maschere cadono. Carlo Delle Piane vinse la Coppa Volpi a Venezia, ma il Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista andò proprio ad Abatantuono. È un film che per Abatantuono rappresenta un punto cardine della sua carriera da attore, un vero “giro di boa” con cui scrollarsi di dosso etichette e preconcetti. Consigliato a chi cerca un dramma italiano anni Ottanta con cinque attori in stato di grazia, un titolo intenso in cui i personaggi emergono durante la notte, insieme ai segreti del loro passato.
“Marrakech Express” (1989) - Maurizio Ponchia
Con Marrakech Express inizia il sodalizio più importante della carriera di Abatantuono, quello con Gabriele Salvatores. Il film è il primo capitolo della cosiddetta tetralogia della fuga, che proseguirà con Turné (1990) e gli altri due film che seguiranno in questa lista. Quattro trentenni che si sono persi di vista si ritrovano per un viaggio in Marocco, dove devono salvare un vecchio amico finito nei guai per una storia di droga. Abatantuono interpreta Maurizio Ponchia, commerciante di auto usate, spaccone e cinico, l'elemento pratico del gruppo. Il film viene spesso paragonato a Il grande freddo (1983) per la tematica della riunione degli amici dopo molti anni, ma ha un'anima più avventurosa e malinconica. Ponchia è quello che all'inizio sembra il più distante dai valori dell'amicizia, il più imborghesito, ma il viaggio lo trasforma. Abatantuono costruisce un personaggio che evolve, che riscopre qualcosa di sé stesso che credeva perduto. È un ruolo meno appariscente di quelli comici, ma più sfumato, e segna l'inizio di una nuova fase della sua carriera. In questa lista perché è l'inizio di un percorso che porterà all'Oscar. Consigliato a chi ama i road movie sull'amicizia e a chi è cresciuto con le canzoni di Lucio Dalla e Francesco De Gregori.
“Mediterraneo” (1991) - Sergente Maggiore Nicola Lorusso
Mediterraneo è il film che ha portato l'Oscar a Gabriele Salvatores e all'Italia, e Abatantuono ne è uno dei protagonisti assoluti. Interpreta il sergente maggiore Nicola Lorusso, l'unico soldato del gruppo sbarcato su un'isola greca nel 1941 che abbia una vera esperienza militare, ma anche lui finisce per arrendersi alla pace e alla bellezza del luogo. È un personaggio rude e cialtrone, ma anche capace di una malinconia profonda, come nella scena celebre in cui esprime il desiderio davanti alla stella cadente. Il film è dedicato a tutti quelli che stanno scappando, e Lorusso incarna perfettamente questo spirito. È uno che ha combattuto in Africa, che conosce la guerra, ma che sceglie di dimenticarla quando si trova in un angolo di mondo dove il tempo sembra essersi fermato. La battuta sui greci e il mangiare è diventata leggendaria, improvvisata da Abatantuono sul set come molte altre. È un personaggio che ricorda i soldati scalcinati della commedia all'italiana, i Busacca e gli Jacovacci di Gassman e Sordi, ma con un tocco di modernità. In questa lista perché fa parte di un film che ha fatto la storia del cinema italiano. Consigliato a chi cerca un'opera che parla di fuga e di pace con leggerezza e profondità.
“Puerto Escondido” (1992) - Mario Tozzi
Puerto Escondido chiude la tetralogia della fuga di Salvatores e segna un altro capitolo importante nella carriera di Abatantuono. Interpreta Mario Tozzi, vicedirettore di banca milanese con la sua vita ordinata, i suoi vestiti eleganti, le sue certezze borghesi, che si ritrova testimone di un omicidio e deve fuggire in Messico per salvarsi la pelle. È la storia di una trasformazione, di un uomo che scopre un modo diverso di vivere e deve decidere se tornare alla sua vecchia esistenza o reinventarsi. Il film è tratto dal romanzo di Pino Cacucci e mescola commedia e thriller, con momenti di puro surrealismo messicano. Accanto ad Abatantuono ci sono Claudio Bisio e Valeria Golino, coppia di italiani che vivono di espedienti, e Renato Carpentieri nel ruolo del commissario assassino che poi si redime. Il viaggio di Tozzi è anche un viaggio verso se stesso, e Abatantuono lo costruisce con una recitazione sempre più sottratta, ormai lontana dai personaggi comici con cui aveva inaugurato la sua carriera. Per questa interpretazione vince il Nastro d'Argento come miglior attore protagonista. Il film segna segna la maturità di Abatantuono come attore drammatico, la prova definitiva delle sue capacità di trasformarsi a seconda del ruolo.
“Il toro” (1994) - Franco Menicucci
Carlo Mazzacurati dirige Il toro e sceglie Abatantuono per il ruolo di Franco Menicucci, commerciante veneto che si trova a trasportare un toro da monta dall'Ungheria al Friuli insieme a un improbabile partner slavo. È una commedia on the road che ha il respiro del cinema mitteleuropeo, con paesaggi invernali e silenzi che parlano più delle parole. Mazzacurati era uno dei registi più interessanti di quella generazione, capace di raccontare la provincia italiana con sguardo affettuoso e mai caricaturale. Abatantuono interpreta un personaggio diverso dai suoi soliti, più pacato, quasi malinconico, un uomo che si trova a condividere un viaggio con uno sconosciuto e finisce per scoprire qualcosa di sé. Il film vinse il Leone d'Argento a Venezia come premio speciale per la regia, e Abatantuono dimostrò ancora una volta di saper lavorare con registri diversi, adattandosi allo stile di ogni autore con cui collaborava. In questa lista perché è un film da riscoprire e un'interpretazione sottovalutata. Consigliato a chi ama le storie minimaliste raccontate con poesia.
“Io non ho paura” (2003) - Sergio
Con Io non ho paura Abatantuono torna a lavorare con Salvatores e affronta il ruolo più inquietante e oscuro della sua carriera. Interpreta Sergio, il milanese che arriva nel paesino del sud dove è stato rapito un bambino, il capo della banda di sequestratori, l'uomo che decide le sorti dell'ostaggio. È il cattivo del film, e Abatantuono lo costruisce con una freddezza calcolata, senza mai cedere alla tentazione del macchiettismo, un volto totalmente inaspettato per un attore a cui il pubblico associava ruoli solitamente confortanti. Il film è tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti ed è raccontato attraverso gli occhi di Michele, un bambino di dieci anni che scopre il sequestrato nascosto in una buca. La regia di Salvatores tiene la macchina da presa ad altezza di bambino, e il mondo degli adulti appare minaccioso e incomprensibile. Sergio incarna questo mondo, con il suo sorriso disturbante, le sue chiacchiere sul Brasile dove vivrebbe come un re, la sua determinazione a eliminare ogni problema. Per questa interpretazione Abatantuono vince il suo terzo Nastro d'Argento, questa volta come miglior attore non protagonista. Questo è probabilmente il ruolo più importante della sua carriera, anche se il film non ha riscosso il successo di alcune delle altre collaborazioni con Salvatores, qui Abatantuono mostra una lato mai visto delle sue capacità attoriali: qui fa paura, per davvero. Consigliato a chi cerca un thriller italiano che non ha nulla da invidiare al cinema internazionale.
“Tutto il mio folle amore” (2019) - Mario
In Tutto il mio folle amore Abatantuono interpreta Mario, il padre adottivo di Vincent, un ragazzo autistico di sedici anni che non ha mai conosciuto il padre bologico. È il personaggio solido della storia, quello che c'è sempre stato, che ha cresciuto il ragazzo insieme alla madre Elena interpretata da Valeria Golino. Quando Willi, il padre biologico interpretato da Claudio Santamaria, rapisce involontariamente Vincent, Mario parte alla ricerca insieme a Elena. Il film è liberamente ispirato al romanzo di Fulvio Ervas e segna il ritorno di Salvatores al road movie, al tema della fuga che aveva attraversato tutta la sua filmografia. Abatantuono è il contrappunto comico e umano della storia, e allo stesso tempo l'elemento di stabilità in mezzo al caos emotivo che il film porta in scena. È un ruolo meno appariscente di altri, ma Abatantuono lo costruisce con una solidità commovente, mostrando cosa significa essere padre al di là del sangue. In questa lista perché è uno dei lavori recenti più riusciti della coppia Salvatores-Abatantuono, un film che riporta l’evoluzione di una delle collaborazioni più prolifiche e riuscite nel cinema italiano degli ultimi decenni. Consigliato a chi cerca un film che parla di famiglia in modo non convenzionale.
“L'ultima settimana di settembre” (2024) - Pietro
In L'ultima settimana di settembre Abatantuono affronta un ruolo intimo e malinconico, quello di un nonno che intraprende un viaggio on the road con il nipote adolescente. È un film generazionale, che racconta il confronto tra due età lontanissime e la possibilità di costruire un legame nonostante tutto. Abatantuono porta sullo schermo la fragilità dell'età che avanza, i ricordi che sfumano, la voglia di trasmettere qualcosa prima che sia troppo tardi. È un ruolo che richiede sottrazione più che esibizione, silenzi più che battute, e Abatantuono lo affronta con la maturità di chi ha attraversato quarant'anni di cinema. Il film segna il suo ennesimo reinventarsi, il passaggio a ruoli più riflessivi che forse preannunciano una nuova fase della carriera. A settant'anni compiuti, Abatantuono dimostra di avere ancora molto da raccontare e, soprattutto, di volerlo fare. Un film che rappresenta l'Abatantuono di oggi, un attore maturo che, tuttavia, non smette di cercare nuove strade, con la stessa passione per scavare nel ruolo che aveva sorpreso pubblico e critica dopo i primi anni della sua carriera. Consigliato a chi ama i film sui rapporti tra generazioni e a chi crede che invecchiare possa essere anche un'avventura.









































