Da “Primetime” a “La città dei vivi”: la cronaca nera, tra informazione e spettacolo

Da “Primetime” a “La città dei vivi”: la cronaca nera, tra informazione e spettacolo

Pubblicato il29 settembre 2026

Aggiornato il29 settembre 2026

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Sempre presente, sempre spettacolarizzata. È la cronaca nera che continua ad avere sempre più importanza nelle produzioni cinematografiche e televisive. Basterebbe guardare all’offerta veneziana, in arrivo nelle nostre sale. Da Primetime (2026) con Robert Pattinson, che indossa i panni del presentatore Chris Hansen, giornalista televisivo ed ex conduttore del programma To Catch a Predator (2004) in un film che affronta quel confine sempre più labile tra informazione e spettacolo, a La città dei vivi (2026) di Edoardo Gabbriellini, tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, incentrato sul delitto di Luca Varani, avvenuto tra il 4 e il 5 marzo 2016, che sconvolse la Capitale (e non solo). Così come di passaggio alla Festa del Cinema di Roma ci sarà Se domani non torno (2026) di Paola Randi, pellicola che ripercorre il tragico femminicidio di Giulia Cecchettin, in uscita nelle nostre sale il 5 novembre.

Certo, la cronaca nera è sempre stata una costante nell’industria dell’intrattenimento, tra romanzi, pièces teatrali, podcast, persino mostre. Ma ora questo interesse cresce ancora, complici anche programmi televisivi e talk show, dove schiere di opinionisti che si scontrano su un fatto di cronaca suscitano un certo voyeurismo da parte del pubblico che a sua volta si ripercuote sull’impatto mediatico. Come, ad esempio, quanto sta avvenendo sul delitto di Garlasco.

Mettendo da parte Primetime, quel che emerge è una nuova tendenza: oggi la cronaca nera può essere raccontata senza focalizzarsi sullo stesso crimine. Non serve riproporre morbosamente tutti i particolari in cronaca, per scomodare Antonio Manzini. Si può indagare il male senza renderlo esplicito. È un approccio al racconto che sembra diametralmente opposto a quello americano. Basti pensare al recente successo di Monster: La storia di Lizzie Borden (2026), che per quanto possa aver alleggerito i toni rispetto alle precedenti stagioni non rinuncia a quella crudezza che contraddistingue dagli albori la serie antologica ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan. Scopriamo in che modo.

"Primetime", l’urgenza di spettacolarizzare la cronaca nera

primetime

Non un biopic su Chris Hansen ma una storia realmente accaduta per riflettere sull’altra faccia dell’intrattenimento. Primetime di Lance Oppenheim è stato concepito con questo spirito: cosa succede quando chi sta dietro la telecamera finisce per considerarsi sia giornalista che intrattenitore? Fino a che punto è disposto a spingersi? Condotta da Hansen, To Catch a Predator (2004) è stata una trasmissione di punta della NBC, costruita su operazioni sotto copertura con telecamere nascoste e realizzata in collaborazione con le forze dell’ordine e un gruppo di attivisti noto come Perverted Justice, che attraverso internet intercettava degli adulti che credevano di avere delle conversazioni con dei minorenni. Tutti finivano per accettare degli incontri in una casa, che in realtà non era altro che un set in cui si sarebbero imbattuti con il presentatore, che li interrogava sulle chat per poi essere subito dopo fermati dalle autorità. Il tutto di fronte a milioni di telespettatori, che si facevano tribunale mediatico all’alba dell’avvento dei social media.

Esordio alla regia per Oppenheim di un lungometraggio di finzione, con Robert Pattinson nei panni di Hansen, che avrebbe dato vita al cosiddetto “spettacolo della punizione”, rendendo l’indignazione morale un appuntamento televisivo irrinunciabile. Così la caccia ai predatori sessuali si trasforma in quella agli ascolti, la cui crescita è direttamente proporzionale, fino alla chiusura dello show. La parola fine arriva con la tragica vicenda che vede protagonista Bill Conradt, l’assistente procuratore distrettuale della contea di Kaufman, sospettato per aver chattato con un minore, arriva a togliersi la vita in diretta televisiva, pur di sfuggire all’umiliazione pubblica, proprio mentre le forze dell’ordine e la troupe di NBC irrompono nella sua casa in Texas. Un episodio che ha segnato una delle pagine più buie della televisione americana, portando all’estremo l’incontro tra giustizia e intrattenimento. Il vero Chris Hansen ha preso le distanze dal progetto. L’ha ribadito dopo averlo visto. Noi possiamo guardarlo nelle sale italiane dal 15 ottobre.

"La città dei vivi", quando il sangue e la violenza restano sullo sfondo

la città dei vivi

È un film che sposta l’attenzione sulla vittima. Per fare eco alle dichiarazioni di Valerio Mastandrea, che interpreta il padre di Luca Varani, che ha il volto di Emanuele Maria Di Stefano, La città dei vivi rappresenta quel capitolo mancante nell’omonimo libro di Nicola Lagioia. Sì, perché della vita di Luca non c’era nulla. Ed ecco che il lungometraggio di Gabbriellini non si erge a un approfondimento sui due assassini, ma offre uno sguardo sul ragazzo, che la notte tra il 7 e l’8 marzo 2016 viene travolto da un’inspiegabile furia omicida, e sul mondo che lo circonda. Il sangue e la violenza restano così di sfondo, si evita la morbosità e di conseguenza la messa in scena del crimine fine a sé stessa. C’è solo il prima e il dopo il macabro delitto. L’accento è posto sui “vivi” del titolo, intesi stavolta come quelli che rimangono, dai parenti agli amici. È forse anche una risposta al bisogno di guardare più in profondità senza pretendere di dare risposte assolute. Proprio perché potrebbero non esserci.

"Se domani non torno", il dovere di raccontare Giulia Cecchettin senza il suo carnefice

se domani non torno

Il femminicidio di Giulia Cecchettin è diventato un film. A quasi tre anni dal terribile omicidio che ha sconvolto il nostro Paese, arriva infatti nelle sale Se domani non torno di Paola Randi. Come nel libro da cui è tratto, “Cara Giulia” di Gino Cecchettin e Marco Franzoso, anche nel film non ci sarà spazio per l’assassino. Non ci sarà nessun attore ad interpretare Filippo Turetta, che non apparirà fisicamente. Il motivo è ben preciso: è la storia di Giulia, e basta. Dunque, Turetta non è il fulcro narrativo perché l’attenzione è prevalentemente orientata sulla famiglia della giovane vittima, la cui storia non si riduce alle sue ultime ore, ampiamente raccontata in quei drammatici giorni, e anche successivamente, dai giornali e dai palinsesti televisivi. Ci si sofferma su un padre e sul suo rapporto con la figlia, prima e dopo la scomparsa. Se domani non torno, con Filippo Timi e Sabrina Martina, rispettivamente nei panni di Gino e Giulia Cecchettin, prende il titolo in prestito dalla poesia di Cristina Torres Cáceres, diventata virale dopo il drammatico femminicidio, le cui parole sono apparse su striscioni e cartelli delle numerose manifestazioni contro la violenza di genere che sono scaturite in giro per l’Italia. A detta dello stesso Cecchettin, il film è stato realizzato “non per esibire un dolore privato ma affinché esso possa farsi strumento di consapevolezza e di azione collettiva per il bene comune perché nessun’altra ragazza, così come nessun’altra famiglia, debba conoscere la stessa sorte di Giulia”.

"Serpenti", il femminicidio con lo sguardo del grottesco

serpenti

La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria. Si apre con la frase di Ennio Flaiano l’ultima fatica cinematografica di Roberto De Paolis Maino, che affronta il tema del femminicidio. Pur essendo una storia di finzione, Serpenti (2026) non mostra infatti esplicitamente il delitto, per cui il protagonista, interpretato da Leonardo Lidi, si va a costituire. Non vediamo alcun corpo perché, di fatto, “non è un film su un femminicidio”. Si segue l’odissea kafkiana di un uomo che, nonostante avesse ammesso di aver ucciso la propria moglie, scoprirà che andare in carcere non era così semplice come si immaginava. Lo farà grazie a una serie di personaggi surreali incontrati all’interno del commissariato che sembrano “non prenderlo sul serio”. L’attenzione è spostata così sul comportamento dell’uomo, schiacciato dal senso di colpa e desideroso di pagare, e su quello di una società che sottovaluta un crimine di tale portata. Ma guai a chiamarla satira: perché la situazione rappresentata, per quanto paradossale, grottesca e assurda, vuole essere vista come terribilmente reale. Forse proprio per questo capace di dirci di più sul femminicidio rispetto a tante meticolose ricostruzioni, che non si sottraggono dalla sottrazione di tutti quei particolari in cronaca.