
Il Darth Vader dell'Odissea? Come Christopher Nolan ha reinventato Agamennone
La forza di un film come Odissea, oltre alla maestria tecnica e visiva messa in campo, è la capacità di far scaturire dibattito. In ogni angolo del mondo quello di Christopher Nolan è il film sulla bocca di tutti, persino citato da Alberto Barbera nella sua introduzione al programma ufficiale di Venezia 83 come esempio del fatto che “il cinema non è un moribondo, ma in grado di rigenerare se stesso in continuazione, continuando a produrre epifanie e miracoli come le persone”.
Tra i tanti aspetti innovativi o interessanti introdotti nella sceneggiatura c'è la figura di Agamennone, il re di Micene, marito di Clitennestra e fratello di Menelao, condottiero e capo degli Achei durante la guerra di Troia. Per interpretarlo, Nolan ha scelto Benny Safdie, conferendogli un'aura quasi titanica.
Agamennone è il Darth Vader dell'Odissea?

La pellicola, adattando sul grande schermo il poema di Omero, mette in campo delle modifiche così come alcune delle sequenze letterarie più celebri dell'opera. In Odissea incontriamo Polifemo, la maga Circe, la ninfa Calipso, le sirene, Scilla e Cariddi, i Lestrigoni. Creature e mostri che popolano il racconto e gli conferiscono parte del suo indiscusso fascino. Tutti personaggi che fungono da antagonisti di Ulisse (Matt Damon) perché interferiscono con il suo tentativo di tornare ad Itaca in modo più o meno brutale. Ma ne rappresentano anche quelle sfide necessarie alla sua presa di coscienza identitaria.
Va segnalato però come anche Agamennone sia un personaggio centrale per il viaggio umano e fisico dell'eroe acheo. Nolan ce lo mostra come un essere spaventoso, imponente, malvagio. Non ha bisogno neppure di parlare per (di)mostrare la sua natura “mostruosa” agli altri protagonisti e a noi spettatori. Basterebbe la sequenza del flashback in cui, impassibile, prende tra le braccia la figlioletta Ifigenia per sacrificarla ad Artemide così da placare la sua ira e avere i venti favorevoli per poter salpare per Troia. L'unico momento in cui sentiamo il suono della sua voce è quando Ulisse lo incontra nell'Ade e il re miceno racconta ciò che gli è accaduto una volta ritornato a casa alla fine della guerra.
Tutti elementi con i quali Nolan crea il suo personale mito attorno ad Agamennone che appare come una sorta di Darth Vader mitologico. Merito della solennità con la quale si muove, oltre che dell'elmo e del mantello della sua armatura che tanto ricordano quelli dell'antagonista di Guerre stellari (1977). Dal canto suo Ulisse sembra seguirlo pedissequamente, fidandosi di lui in quanto condottiero indiscusso degli achei. Ma, alla fine dei 10 lunghi anni del conflitto, preferisce prendere una direzione opposta a quella del re di Micene e non andare dietro la sua flotta. “L'ho seguito abbastanza nella mia vita”, ammette al suo secondo in comando, Euriloco (Himesh Patel). Una presa di coscienza che si fa ancora più forte nella seconda parte del film. Quando, cioè, Ulisse si confida a Penelope sotto le mentite spoglie di un mendicante.
Nel rievocare la notte della distruzione di Troia resa possibile dallo stratagemma del Cavallo, riviviamo quei momenti brutali dal suo punto di vista. Questo ci permette di assistere all'entrata di scena di Agamennone, maestoso e di spalle, mentre si fa strada per la città messa a ferro e fuoco. In quello stesso istante Ulisse si guarda attorno e realizza ciò che lui e i suoi uomini hanno fatto per seguire un uomo tanto assetato di potere quanto codardo (non si espone in prima persona). Nasce lì il seme del senso di colpa che ha contribuito a tenere così tanto a lungo Ulisse lontano da Itaca. Ecco allora che la figura di Agamennone si svela in tutta la sua natura più spaventosa, mortifera e meschina, al punto tale da poter figurare al fianco degli altri mostri con cui si scontra il protagonista del poema omerico.











