
Come "Carrie" ha cambiato il finale di "Venerdì 13"
Se Carrie di Brian De Palma, uscito nel 1976, ha inaugurato la lunga e fortunata tradizione di trasposizioni cinematografiche tratte dai romanzi di Stephen King, in pochi ricordano quanto quello stesso film abbia influenzato, in modo del tutto imprevisto, la nascita di uno dei franchise slasher più longevi della storia del cinema.
Il finale di Venerdì 13 (1980), quello con Jason che riemerge dalle acque del lago per trascinare Alice sott'acqua, non era infatti previsto nella sceneggiatura originale, e la sua esistenza si deve a un'intuizione dell'effettista Tom Savini, folgorato proprio dal modo in cui si chiudeva Carrie.
Il finale originale di “Venerdì 13”
Nella sceneggiatura scritta da Victor Miller, la storia si chiudeva in modo decisamente più pacato e rassicurante: Alice (Adrienne King), unica sopravvissuta al massacro di Crystal Lake, dopo aver decapitato Pamela (Betsy Palmer) con il suo stesso machete, si allontanava in canoa verso il centro del lago, dove veniva poi ritrovata sana e salva dai soccorsi, in un epilogo positivo privo di ulteriori colpi di scena. Nessun ritorno del killer, nessuna minaccia residua, solo la quiete dopo la tempesta, il risveglio dopo quello che sembra essere stato un terribile incubo, precisamente l'esatto contrario di quello che il pubblico avrebbe poi conosciuto come uno dei jump scare/cliffhanger più imitati della storia del genere.
L'intuizione di Tom Savini
A cambiare le cose fu proprio Tom Savini, all'epoca già affermato per il suo lavoro sugli effetti speciali di Zombi (1978) di George Romero e chiamato a occuparsi del trucco e delle uccisioni più cruente del film, alcune delle quali davvero geniali, come la gola trafitta da sotto il letto di Kevin Bacon.
Come raccontò Savini stesso in un'intervista del 2006 al New York Daily News, l'intera ragione dietro il colpo di scena finale nacque dal fatto di aver appena visto Carrie di De Palma: “Pensammo che ci servisse un jump scare simile, e io dissi, portiamo in scena Jason!” Sean S. Cunningham, il regista della pellicola, senza pensarci troppo decise di accogliere il suggerimento, trasformando quello che dal set doveva essere un finale rassicurante in uno strappo improvviso nella tanto agognata quiete, lasciando il pubblico letteralmente con occhi e bocca spalancati e il cuore pronto a scappare dal petto.
Il debito nei confronti di “Carrie”
Il riferimento di Savini è naturalmente rivolto alla scena finale di Carrie, in cui una mano insanguinata emerge improvvisamente dalla tomba della protagonista per afferrare il polso di Sue, salvo poi rivelarsi soltanto un incubo.
A onor del vero – giocando un po’ a un gioco di scatole delle curiosità nella curiosità – anche lo stesso Brian De Palma per quel finale si era ispirato a sua volta al finale di un altro film, ovvero Un tranquillo weekend di paura (1972) di John Boorman, con la mano che riemerge dal fiume, a dimostrazione di come certe immagini sono così potenti da finire per attraversare generi e decenni, passando di regista in regista fino a diventare patrimonio condiviso dell'immaginario horror.
La nascita di un fortunato (e sanguinoso) franchise

Il successo di quell'ultimo e fulmineo spavento fu tale da rendere Jason quasi automaticamente l'erede naturale dell'attività di famiglia, il bagno di sangue e la strage di adolescenti, nonostante nel primo film la vera assassina fosse sua madre, Pamela Voorhees. Senza quella scelta presa quasi all'ultimo momento sul set, difficilmente avremmo assistito alla nascita di un franchise formato dodici film – senza considerare i cross e tutta l’influenza negli altri media, dai fumetti ai videogiochi – e più di quarant'anni di storia del cinema. La trovata di Savini, inoltre, contribuì a codificare uno dei trope più riconoscibili dell'intero genere slasher, quello dell'ultimo terrificante spavento prima dei titoli di coda, il cui scopo è quello di infrangere, nel momento di massimo sollievo, la sensazione di sicurezza appena ritrovata dallo spettatore; una lezione che registi come Wes Craven avrebbero fatto propria anni dopo, tanto in A Nightmare on Elm Street (1984) quanto, ironia della sorte, proprio in Scream (1996).




















