
Dalla serie di “Harry Potter” al live-action “Oceania”: che fine hanno fatto i colori?
A leggere i commenti sotto i post ufficiali dei trailer de Il Diavolo veste Prada 2 (2026), l'attesa serie HBO dedicata a Harry Potter (2026) e il live-action Oceania (2026) è facile imbattersi in critiche relative alla piatta cupezza delle immagini. Ma se pensate che si tratti di un fenomeno recente, potreste restare stupiti. Provate, ad esempio, a tornare indietro nel tempo al 2019 quando uscì la tanto chiacchierata ultima stagione de Il trono di spade (2011-2019).
Vi ricordate il terzo episodio, “La lunga notte”? La resa visiva era così buia che molti spettatori erano convinti, erroneamente, che il loro televisore avesse un problema di natura tecnica. Ma articoli che si interrogano sul perché i colori siano scomparsi da grande e piccolo schermo risalgono addirittura a cinque anni prima. Dimostrazione che più di una tendenza passeggera, si tratta di una vera e propria era.
Il valore narrativo del colore
Tra saggi, video, articoli e blog sono innumerevoli le voci che, tra professionisti e amatori, hanno provato a spiegare o trovare una motivazione all'epidemia di colori neutri che ha contagiato cinema e serie TV. C'è chi parla di “morte del colore” a causa della correzione di quest'ultimo in fase di post-produzione tramite LUT (Look Up Table), uno strumento digitale utilizzato nel video editing e in fotografia per trasformare l'aspetto di un'immagine. Tutto a discapito della brillantezza e della varietà cromatica.
Se si prendono ad esempio immagini del primo e del secondo capitolo de Il Diavolo veste Prada è lampante come il sequel sia pervaso da una nuance beige rispetto alla vividezza dell'originale. Una desaturazione che riguarda una moltitudine di altri titoli. Basti pensare alla saga de Il Signore degli anelli (2001), The Batman (2022), i film del MCU e della DC o a The Walking Dead (2010), solo per citarne alcuni. Produzioni che, se viste in casa, costringono a illuminare al massimo lo schermo per evitare di ascoltare solo l'audio e vederci riflessi senza capire con esattezza cosa accade in scena.
Recentemente il trailer della serie dedicata al maghetto di Hogwarts, oltre a scatenare paragoni con il cast originale, ha portato i fan a interrogarsi sulla freddezza delle prime immagini diffuse rispetto a quelle del franchise cinematografico. Per non parlare poi del tripudio di beige e marrone di Oceania. Un vero controsenso se si pensa all'ambientazione polinesiana del racconto che permetterebbe di dare libero sfogo a sfumature di tonalità diverse. Un problema simile a quello che molti spettatori hanno riscontrato nella versione live-action di Rob Marshall de La sirenetta (2023), avvolto da una cupezza cromatica ben lontana da quella del cartone del 1989.
Il colore non è solo una mera velleità estetica, ma un elemento narrativo a tutti gli effetti attraverso il quale capire la psicologia dei protagonisti, avvertire emozioni positive o negative, assistere a cambiamenti all'interno del racconto. Da Alfred Hitchcock a Stanley Kubrick passando per Terrence Malick, Alejandro G. Iñárritu, i fratelli Coen, Wong Kar-wai, Tim Burton e Wes Anderson, sono innumerevoli i registi che affidano alla ricchezza cromatica un valore centrale all'interno di un film. Aspetto che, negli ultimi 10 anni almeno, si è diluito enormemente.
Una questione di progresso tecnologico
Negli Stati Uniti del 1935 uscì in sala Becky Sharp il primo lungometraggio in Technicolor seguito, nel 1939, da Via col vento e Il mago di Oz. Una tecnica pionieristica basata su un processo di colorazione della pellicola che ha reso i film dagli anni '30 ai '60 vividi e saturi. Un'esaltazione
dell'immagine che ha definito un'epoca e l'estetica della golden age del cinema hollywoodiano (per poi espandersi in tutta Europa). E proprio la pellicola di Victor Fleming basata sul romanzo di L. Frank Baum è stata usata come metro di paragone per Wicked (2024) e Wicked: Parte II (2025) di Jon M. Chu. Per alcuni si è trattato di un appiattimento rispetto al rosso scintillante delle scarpette di Dorothy e il giallo brillante della strada di mattoni che porta alla Città di Smeraldo. Dal canto suo il regista ha sottolineato come il suo intento fosse quello di immergere il pubblico nelle varie location del film, dando all'immagine un senso di maggiore realismo. Ma non tutti hanno apprezzato quella che ritengono una mancanza di espressività.
D'altro canto è vero anche che il cinema contemporaneo ha una maggiore propensione all'autenticità e l'uso di una saturazione eccessiva potrebbe risultare artefatta. Optando per tonalità tenui è più semplice imitare la luce naturale e dare al film o alla serie TV un'atmosfera riconoscibile e rassicurante. Con il declino della tecnica del Technicolor e l'entrata in scena del digitale – decisamente più economico – si è assistito a un mutamento nel modo di fare e intendere il cinema e la serialità.
Molto più economico – specie se si pensa alla possibilità di ripetere più ciak -, il digitale ha apportato una rivoluzione epocale nell'audiovisivo che ha investito anche l'aspetto visivo. Ma, rispetto alla pellicola, c'è una minore capacità di contrasto. Se, da un lato, una palette più lieve o scura permette realismo e introspezione, malinconia e tensione, dall'altro si traduce in un'immagine meno profonda. Va aggiunto, però, che la desaturazione non è solo una questione estetica. Nell'epoca del green screen e degli effetti speciali su larga scala, attenuare i colori e sfumare tutto con tonalità grigie permette di “camuffare” sequenze non definite alla perfezione.
Il linguaggio visivo da piattaforma e le eccezioni alla regola
Se il digitale ha portato i grandi Studios hollywoodiani ad adottare uno stile monocromatico è altresì vero che anche l'avvento delle piattaforme ha dato vita a un'estetica propria. Un esempio è Netflix che, secondo un articolo di Vice, ha liste specifiche di telecamere approvate e che, in previsione del proliferare dei televisori 4K nelle case, chiedeva che tutti i contenuti fossero girati in 4k UHD. Perché, è inutile girarci intorno, così come le sceneggiature devono rispettare determinati requisiti lo stesso vale anche per le immagini che devono essere fruibili su formati più piccoli rispetto alla sala cinematografica.
Un linguaggio visivo che si adatta al mutare dei tempi e della fruizione finendo per rendere tutto fin troppo omogeneo e privo di quell'audacia in grado di spiccare in un mare sconfinato di proposte. Ma, ovviamente, non è così per ogni singolo titolo uscito negli ultimi anni. Un esempio è La La Land (2016) – non a caso un omaggio a Hollywood e al Technicolor – in cui Damien Chazelle ci regala due ore di puro colore (a partire da un'indimenticabile sequenza iniziale). Ma anche Barbie (2023) o Povere creature! (2023), tra sfumature di rosa e cieli color zucchero filato, sono l'eccezione alla regola. Così come il calore sprigionato dalla fotografia di Autumn Durald Arkapaw in Sinners - I peccatori (2025) di Ryan Coogler. Insomma, non tutto il colore è andato perduto.














