“Alla festa della rivoluzione”, parla il regista Arnaldo Catinari: “Oggi per cambiare il mondo serve un potere orizzontale”

“Alla festa della rivoluzione”, parla il regista Arnaldo Catinari: “Oggi per cambiare il mondo serve un potere orizzontale”

Giovanni Berruti
Giovanni Berruti

Pubblicato il 20 aprile 2026

Aggiornato il 20 aprile 2026

La politica è spettacolo. L’aveva intuito Gabriele D’Annunzio, precursore dei tempi moderni, da poco tornato oggetto del racconto cinematografico. È infatti in questi giorni nelle sale Alla festa della rivoluzione (2026), che ripercorre l’impresa di Fiume. Il film trasforma il tutto in un’avvincente spy story che segue Beatrice (Valentina Romani), una spia al servizio della Russia, Giulio (Nicolas Maupas), medico disertore di Caporetto e vicino agli ambienti anarchici e Pietro (Riccardo Scamarcio), ambiguo capo dei servizi segreti italiani, combattuto tra dovere e ideali.

È proprio un attentato al Vate (Maurizio Lombardi) che accenderà la miccia che intreccerà le vite dei tre personaggi in un susseguirsi di intrighi politici, amori impossibili e vendette private sullo sfondo di una rivoluzione intenzionata a cambiare il mondo.

Tratta dall’omonimo saggio di Claudia Salaris, edito da Il Mulino, la pellicola vuole rendere accessibile al grande pubblico una pagina di storia italiana, e non solo, spesso trascurata. Ambientata tra il 1919 e il 1920, proprio durante quei cinquecento giorni che hanno caratterizzato l’occupazione della città di Fiume da parte del celebre poeta-guerriero, ci ha provato, riproponendo quello che fu un microcosmo instabile, costantemente attraversato da tensioni in un precario equilibrio tra impulso rivoluzionario e deriva autoritaria. Come si racconta, dunque, un momento storico pieno di contraddizioni? È necessario ricorrere a un linguaggio contemporaneo. Alla festa della rivoluzione gioca infatti con i generi, spaziando tra l’azione, il thriller, la spy story…e persino la sfera sentimentale, che ha un peso significativo.

Ne abbiamo parlato per JustWatch con il regista Arnaldo Catinari. Stimato e prolifico direttore della fotografia, con alle spalle circa cento film e collaborazioni con i principali registi italiani, da Nanni Moretti a Carlo Verdone, negli ultimi anni Catinari era passato con più frequenza nella cabina di regia, firmando alcune serie tv di successo come Suburra – La serie (2017), Vita da Carlo (2021) e Citadel: Diana (2024). Per lui Alla festa della rivoluzione rappresenta una tappa importante nella sua filmografia. Non solo per il passaggio dal piccolo al grande schermo, ma per tanti altri motivi.

Prima di approcciarsi a questo progetto, che idea aveva di D’Annunzio?

“Non lo conoscevo così bene se non come poeta, me lo ricordavo principalmente dai libri del liceo. Dunque, mi affascinava questa figura che non era mai stata del tutto delineata. Al di là di tutte le retoriche politiche, ho trovato interessante che D’Annunzio volesse confondere arte e vita, rendendosi un personaggio incredibilmente moderno. Leggendo il saggio di Claudia Salaris, ho infine capito questo racconto di un capitolo unico e irripetibile nella storia europea, tenutosi in cinquecento giorni tra il 1919 e il 1920, che hanno delineato un’esperienza assurda, sospesa tra utopia e deriva, tra slancio creativo e caos politico. In quel breve istante c’era stata la possibilità di immaginare un mondo diverso, soprattutto alla luce del vuoto lasciato dal conflitto che provocò milioni di morti e alla soglia dei profondi mutamenti che di lì a poco avrebbero segnato il destino dell’Europa”.

Dopo aver letto il saggio della Salaris, scrivendo la sceneggiatura, aveva già individuato da subito il tono del racconto, che gioca su più generi?

“Ero reduce da Citadel – Diana, la serie prodotta dai Russo Brothers. Mi piaceva l’idea di inserire in un grande racconto storico questa utopia di genere. C’è infatti la spy story, l’action, una grande storia d’amore che vorrebbe essere anche vivifica. La contaminazione di generi è il tipo di cinema che mi piace e che vorrei continuare a fare, in quanto si tratta di un cinema che non annoia e che soprattutto coinvolge lo spettatore in maniera moderna”.

Prendendo il cuore emotivo del racconto, che peso ha l’amore in questa storia?

“È un amore che resiste nonostante tutto quello tra Giulio e Beatrice, non è salvifico. È un legame fragile, necessario, che si costruisce sui silenzi e sulla fiducia reciproca tra due persone rotte. Giulio rappresenta per Beatrice la possibilità di interrompere quella catena di vendette e di riconoscere nella propria lotta interiore una forma diversa di giustizia, e al tempo stesso Beatrice costringe Giulio a uscire dalla fedeltà verso D’Annunzio e a confrontarsi con la sua responsabilità di essere umano. Il legame attraversa il conflitto e rappresenta il nodo più umano del film”.

Tra i concetti esplorati dal film, c’è quello del potere.

“L’attualità del film sta proprio nella lettura che offre del potere: un leader carismatico che parla di pace e di uguaglianza, ma che è anche una figura oscura, il cui potere si ciba di scelte ambigue. Sono fondamentali le contraddizioni di un leader. D’Annunzio è come il dj di un grande rave, ma al tempo stesso è un uomo egoriferito che fa del potere la sua arma vincente, affascina le folle, vende utopie e possibilità in un mondo nuovo, ma al tempo stesso giustifica scelte moralmente discutibili in nome della rivoluzione. Da una parte la seduzione del potere, dall’altra le conseguenze di un potere verticale”.

Poi penso anche alla libertà, che allora era sicuramente molto scomoda…

“Sarebbe stato bello fare un film molto lungo. Alla festa della rivoluzione ha uno sguardo su più livelli, proprio come un gioco di scatole cinesi. Oggi quello che mi interessa moltissimo è il racconto del potere, tra l’altro di recente ho sia letto Giuliano da Empoli sia visto Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (2026). C’è molta attualità in questa storia che definisco come “un ’68 avvenuto ben cinquant’anni prima”. Se i giovani vedranno questo film, potranno vedere la speranza di poter cambiare il mondo, con la consapevolezza che è possibile farlo anche attraverso un potere orizzontale”.

In termini produttivi, definirebbe Alla festa della rivoluzione una piccola Fiume?

“Assolutamente, nelle sue contraddizioni il film è proprio una piccola Fiume. Gioca anche lui sulla modernità”.

Ci può raccontare un aneddoto dal set?

“È successa una cosa magica Le riprese si sono svolte in Friuli-Venezia-Giulia, e abbiamo trasformato il Palazzo del Comune di Udine in quello del Governatorato di Fiume. La scelta si è rivelata azzeccata, non solo perché si trattava di un palazzo che è stato costruito in quegli anni, ma perché ha contribuito tra scenografia e costumi a portare tutti dentro al periodo storico che stavamo raccontando. Le stesse comparse che partecipavano erano in una specie di trance, abbagliati da questo rave, con un leader che raccontava loro cose incredibili. Prima di raccontare la Carta del Carnaro, Maurizio Lombardi, l’interprete di D’Annunzio, è entrato in scena e guardando questi ragazzi si è commosso. Ho dovuto stoppare le riprese. In generale è stato un set molto sentito, lo racconta anche Scamarcio.”

Lei prima parlava che le sarebbe interessata l’idea di un “racconto lungo”. Sta pensando a una serie?

Mi piacerebbe fare una serie sul D’Annunzio “rockstar”. Poi dentro al racconto di Fiume ci sono tante figure che meriterebbero da sole un film. Una su tutte? Keller. Un personaggio unico. Nudista, aviatore, volò con un biplano da Fiume fino a Montecitorio, scaricando sopra un pitale smaltato. È il nostro Lawrence D’Arabia”.

È uno spoiler sul suo prossimo progetto?

“Per noi registi è importante il pubblico, se il film andasse bene mi piacerebbe continuare a esplorare personaggi storici che non sono stati ancora raccontati. Però mi devo continuare a divertire, dunque a giocare con il genere, e soprattutto con le scene d’azione coreografate, che sono la mia passione”.

Le chiedo di trasformarsi in uno spettatore. Perché il pubblico dovrebbe guardare Alla festa della rivoluzione?

“È una grande avventura, racconta una storia sconosciuta, capace di appassionare ed emozionare. Ma soprattutto ti farà uscire dalla sala con una domanda, e il cinema deve fare questo. Dura un’ora e mezza, è una visione che vola e che al tempo stesso richiede allo spettatore una certa partecipazione. Ad oggi ho constatato la presenza in sala di un pubblico eterogeneo. Giovani o anziani non importava, si emozionavano a tutte le età”.

Conclusioni

Alla festa della rivoluzione è un film da vedere? Sì, ma per un semplice motivo: bisogna premiare il coraggio di far qualcosa di diverso per il panorama italiano. Purtroppo, non tutto funziona alla perfezione. Qualche esempio? Alcune dinamiche sono trattate frettolosamente e alcune interpretazioni sono un po’ sopra le righe. Ma nel complesso è un’opera che prendendo le mosse dal racconto di un contesto storico, con altrettanta presenza di figure realmente esistite, si trasforma in un thriller di spionaggio, ricco di tensione, che non ci consente di staccare lo sguardo dallo schermo. C’è chi l’ha “accusato” di essere più un episodio di una serie tv che un film per il cinema. Forse il plauso sta proprio qui: portare nel nostro Paese sul grande schermo qualcosa di non convenzionale. Se poi il risultato porta a divertirsi e ad emozionarsi, il gioco allora è fatto.

Fiume, 1919. Nell’incandescente clima politico che precede il fascismo, Beatrice (Valentina Romani), spia al servizio della Russia, si trova in città il giorno in cui il vate ed eroe di guerra Gabriele D’Annunzio dà il via alla sua rivoluzione visionaria. Ma proprio durante la festa d’insediamento si trova coinvolta in un attentato alla vita del Poeta-Guerriero. Per lei, per il capo dei servizi segreti italiani (Riccardo Scamarcio) e per un medico disertore della Grande Guerra e vicino agli ambienti anarchici (Nicolas Maupas), diventa fondamentale capire chi sono i nemici della rivoluzione.
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Informazioni su questa lista

Titoli

1

Durata totale

1h 39min

Generi

Azione e Avventura, Guerra, Romantico

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