
Da “The Witcher” a “L’Odissea”: i 10 adattamenti letterari più controversi degli ultimi dieci anni
Vi siete accorti che in giro non si fa altro che parlare de L'Odissea (2026) di Christopher Nolan? No, non del film in sé per sé, quindi con un dibattito costruttivo e lo scambio di opinioni basato se il film sia piaciuto o meno. La maggior parte dei commenti, sempre più accesi e con toni che vanno il più delle volte ben oltre la civiltà, è quasi esclusivamente rivolta alle “controversie” legate all’adattamento del poema omerica. Giusto per citare quelli più “hot”: il doppio ruolo affidato a Lupita Nyong'o, un’attrice nera, chiamata a interpretare sia Elena di Troia sia sua sorella Clitemnestra; la fake news secondo cui Elliot Page, attore transgender, interpretasse Achille (spoiler: non è così); e ancora la scelta di Travis Scott come bardo, le armature non fedele al “periodo storico”, le libertà prese da Nolan rispetto all’opera originale, nonché l'uso di un inglese contemporaneo per raccontare un poema di tremila anni fa, completano il quadro di un'opera che sembra vivere due vite parallele: quella del successo commerciale e quella del processo mediatico permanente.
Tutto questo bel circo che usa la fedeltà storica come pretesto per sfogare frustrazione e pregiudizi, presente da molto prima dell’uscita del film, non è certo una novità. Puntualmente quando ci troviamo di fronte a un adattamento che, in un modo o nell’altro, tocca un “originale” – o meglio, l’idea che abbiamo di quell’originale – ecco che si scatena il processo agli intenti, andando a scomodare parole come woke, cancel culture, tradimento.
Negli ultimi dieci anni l'adattamento letterario, sia esso cinematografico o seriale, è diventato uno dei terreni più instabili dell'industria dell'intrattenimento, il luogo in cui si scontrano la libertà interpretativa di chi porta un testo sullo schermo e l'aspettativa quasi proprietaria di chi quel testo lo ha letto, amato, interiorizzato. Casting percepiti come tradimenti, riscritture che alterano il senso profondo di un romanzo, strategie promozionali che fraintendono il tono dell'opera di partenza, sono tutte varianti di uno stesso conflitto, quello tra fedeltà e visione autoriale. Abbiamo perciò selezionato dieci casi emblematici di questo decennio, per capire cosa, di volta in volta, ha fatto scattare la miccia.
L’Odissea è il caso più recente è anche il più esemplare per capire come la percezione del casting possa oggi contare quanto, se non più, del risultato artistico. Christopher Nolan ha costruito il suo adattamento su una lettura filologicamente colta del poema omerico, ispirandosi alla celebre traduzione di Emily Wilson e girando in location autentiche tra Grecia, Marocco e Islanda, eppure la ricezione pubblica si è concentrata quasi esclusivamente sulla scelta di Lupita Nyong'o come Elena, letta da una parte del pubblico come una forzatura identitaria su un personaggio tradizionalmente associato a una bellezza chiara.
Nolan ha difeso la scelta insistendo sulla forza drammaturgica del personaggio più che sul suo aspetto, e l'attrice ha rivendicato la profondità tragica della sua interpretazione, ma la controversia si è intrecciata ad altre scelte discusse, dal cameo di Travis Scott nei panni di un bardo alla decisione di far recitare un cast prevalentemente anglosassone in un inglese moderno. Potremmo continuare parlando di tutte le critiche mosse ai costumi scelti per il film, secondo alcuni – nessuno storico ma solo pubblico medio – poco attinenti con il periodo storico trattato all’interno del poema, senza considerare che già all’interno dell’Odissea di Omero quel tipo di armature erano anacronistiche. Il risultato? Un film tecnicamente ineccepibile che, proprio per la distanza tra intenzione autoriale e ricezione online, è diventato un caso di studio sulla difficoltà crescente di portare l'epica classica al cinema senza scatenare letture ideologiche. E per tutti quelli che lo davano per flop… A una sola settimana dal debutto nel mondo, il film ha già superato i 300milioni di dollari a fronte di un budget da 250milioni!
Il 2026, per quanto riguarda le polemiche accese sugli adattamenti, si è particolarmente distinto! Quando Emerald Fennell ha annunciato Margot Robbie e Jacob Elordi come Catherine Earnshaw e Heathcliff nel suo “Cime Tempestose” (2026), la reazione dei lettori più fedeli al romanzo di Emily Brontë è stata immediata e su due fronti distinti.
Da un lato l'età di Robbie, che a trentacinque anni interpreta un personaggio che nel libro muore prima dei vent'anni, dall'altro il colore della pelle di Elordi, dato che Heathcliff viene descritto da Brontë come uomo dai tratti scuri, uno degli elementi più discussi e riletti della critica ottocentesca sul romanzo. Oltre a tutte le critiche in riferimento alla scelta della rivisitazione dei costumi, poco aderenti con la moda e materiali dell’epoca, o della palette dell’intera pellicola. Fennell ha risposto alle critiche rivendicando una libertà visionaria, basata sulla sua personalissima visione del romanzo, che passa più per il magnetismo fisico degli attori che per l'aderenza descrittiva al testo, e ha inoltre confermato l'intenzione di spingere sulla carica erotica della storia, in una direzione che si allontana dal registro gotico e represso dell'originale per abbracciare un'estetica più esplicita e contemporanea. Il film è arrivato nelle sale a San Valentino con un buon riscontro di pubblico e critica, a dimostrazione di come la controversia preventiva, per quanto rumorosa, non coincida sempre con il giudizio finale sull'opera.
L'adattamento del romanzo di Colleen Hoover It Ends With Us (2024) ha sollevato una controversia diversa dalle altre, meno legata al casting o alla fedeltà narrativa in senso stretto e più alla gestione tonale del materiale.
Il libro affronta con crudezza il tema della violenza domestica, ma la campagna promozionale del film, con Blake Lively protagonista, ha scelto un'estetica floreale e leggera, quasi da commedia romantica, che molti lettori hanno percepito come una forma di edulcorazione di un tema che nel romanzo viene trattato con serietà clinica. La distanza tra il tono della promozione e il contenuto reale della storia si è poi intrecciata a uno scontro pubblico tra Lively e il regista e coprotagonista Justin Baldoni, sfociato in azioni legali reciproche, che ha finito per oscurare la discussione critica sul film in favore di un caso mediatico personale. Resta comunque un esempio istruttivo di come la percezione di un adattamento possa essere compromessa non tanto dalle scelte narrative quanto dalla cornice comunicativa costruita intorno a esso.
Il live-action Disney tratto dal classico animato del 1989, La Sirenetta (2023), a sua volta ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen, ha attraversato una delle polemiche di casting più accese del decennio quando è stato annunciato che Halle Bailey avrebbe interpretato Ariel. Le critiche si sono concentrate sulla discrepanza rispetto all'immaginario iconico della sirenetta rossa e bianca, in un dibattito che ha finito per assorbire quasi ogni altra discussione sul film, incluse quelle più propriamente cinematografiche legate al ritmo narrativo, alla resa in computer grafica di personaggi come Sebastian e Flounder e all'espansione del personaggio del principe Eric, dotato di un background inedito rispetto sia al cartone animato sia alla fiaba originale.
La produzione ha scelto di rispondere alla controversia con un lancio promozionale capillare, che ha incluso testimonianze di bambine nere entusiaste nel vedersi rappresentate, trasformando una polemica sul casting in una narrazione mediatica parallela quasi più discussa del film stesso, mentre la critica specializzata si è divisa più sulla timidezza delle innovazioni musicali che sulla questione razziale. E poi, parliamoci chiaro, ma veramente in una creatura mitologica come una sirena, cioè una creatura per metà pesce e per metà umana, vogliamo appigliarci al colore della pelle tirando nel mezzo la “cultura woke”? Che pazienza!
La serie Amazon ambientata nella Seconda Era della Terra di Mezzo, Gli Anelli del Potere (2022-in corso) porta con sé, fin da prima del debutto, la controversia più ramificata dell'intero decennio, perché qui la questione della fedeltà si intreccia a quella del casting in un modo che ha finito per polarizzare il pubblico su due fronti distinti e spesso strumentalizzati a vicenda. Da un lato la presenza di attori neri in ruoli di elfi, nani e piccoli halfling ha scatenato reazioni ostili in settori del fandom, arrivando a essere difesa pubblicamente anche da ambienti editoriali europei preoccupati di una presunta riscrittura ideologica dell'immaginario tolkieniano. Dall'altro, la critica più propriamente filologica ha contestato scelte narrative sostanziali rispetto alle appendici del Signore degli Anelli, dalla sequenza di forgiatura degli anelli elfici, create per ultime nei testi originali e per prime nella serie, fino a licenze come il bacio tra un elfo e una nana o la caratterizzazione di Tom Bombadil.
Con un budget che ha superato il miliardo di dollari, rendendola la produzione televisiva più costosa mai realizzata, la serie si trova quindi schiacciata tra l'aspettativa di rispettare un canone letterario amatissimo e la necessità di espandere una manciata di appendici in decine di episodi, un compito che gli stessi showrunner Patrick McKay e J.D. Payne hanno definito impossibile da portare a termine senza scontentare qualcuno.
La serie AMC Intervista col vampiro (2022-in corso), tratta dall’omonimo romanzo e dalla saga “Le cronache dei vampiri” di Anne Rice, ha scelto fin dal principio due modifiche sostanziali rispetto al testo originale, il trasferimento dell'ambientazione da fine Ottocento ai primi del Novecento e la trasformazione razziale di Louis de Pointe du Lac, qui interpretato da Jacob Anderson come uomo nero in una New Orleans segregazionista, elemento che aggiunge alla storia un livello di lettura politico assente nel romanzo. A queste si vanno ad aggiungere tanto il cambio etnico sia per il personaggio di Claudia che per quello di Armand, quanto la loro età originaria che, nel caso di Claudia, si discosta moltissimo dal personaggio originale concepito come una bambina e che nella serie TV, invece, diventa un’adolescente.
La componente queer della relazione tra Louis e Lestat, già presente nel testo di Rice ma storicamente ammorbidita nell'adattamento cinematografico del 1994, viene qui resa esplicita e centrale, scelta che ha diviso i lettori storici della saga tra chi l'ha accolta come un compimento naturale del sottotesto originario e chi l'ha vissuta come una riscrittura troppo libera dell'opera. La serie ha comunque ottenuto un consenso critico ampio, dimostrando come in questo caso la distanza dal materiale di partenza sia stata percepita da gran parte del pubblico non come tradimento ma come approfondimento, uno dei rari esempi in cui la controversia iniziale si è sciolta rapidamente in un'accoglienza entusiasta.
La quarta stagione di Bridgerton, tratta dal romanzo “Un uomo da conquistare” di Julia Quinn, ha riacceso il dibattito sulla libertà di adattamento seriale attraverso la scelta di ribattezzare Sophie Beckett, protagonista femminile della storia, con il cognome Baek, in omaggio alle origini coreano-australiane dell'attrice Yerin Ha che la interpreta. La decisione arriva dopo che la serie aveva già affrontato nelle stagioni precedenti critiche legate alla rappresentazione e all'inclusività del cast, e si inserisce in un pattern più ampio di allontanamento dai romanzi originali, che lo showrunner Chris Van Dusen ha giustificato come necessità di espandere il mondo narrativo oltre la cornice regency letterale del testo di partenza.
La scelta di dividere la stagione in due parti, distribuite a un mese di distanza, ha inoltre alimentato discussioni sulla frammentazione della narrazione seriale contemporanea. Il risultato è un caso in cui la controversia sul nome di un personaggio è diventata il simbolo di una tensione più ampia, quella tra la fedeltà a un immaginario regency ottocentesco e la volontà dichiarata della produzione di renderlo più rappresentativo.
The Witcher (2019-in corso), la serie Netflix tratta dai romanzi di Andrzej Sapkowski, porta con sé una controversia che si è protratta per anni e che riguarda il rapporto sempre più conflittuale tra il materiale scritto e le scelte creative dello show.
Fin dalla prima stagione la produzione ha introdotto sottotrame e personaggi assenti nei libri, un processo che secondo l'ex sceneggiatore Beau DeMayo sarebbe stato accompagnato da un atteggiamento di parte dello staff creativo poco rispettoso nei confronti del materiale originale. La tensione ha raggiunto il punto più alto con l'uscita di Henry Cavill, interprete di Geralt di Rivia e dichiarato appassionato della saga letteraria, sostituito da Liam Hemsworth a partire dalla quarta stagione, decisione che molti fan e osservatori hanno collegato proprio alle divergenze sul grado di libertà narrativa concesso agli sceneggiatori. Lo stesso Sapkowski ha più volte preso le distanze pubblicamente dalla serie, affermando che l'adattamento non potrà mai eguagliare la complessità dei suoi romanzi, in un caso che rappresenta forse l'esempio più lampante di come l'infedeltà percepita possa danneggiare la credibilità di una produzione agli occhi del pubblico di riferimento.









































